Il movimento antagonista e il decennio degli abbagli - Parte seconda

Una premessa importante. L'analisi che segue è inevitabilmente situata all'interno dei contesti sociali e di movimento di cui hanno fatto parte i soggetti che animano questo blog. Alcune delle cose qui affrontate possono quindi riguardare ambiti di movimento specifici e riguardare meno altri ambiti e contesti. Ma crediamo che all'interno delle questioni qui tracciate si possano intercettare tendenze generali ormai già dispiegate.
Nella prima parte di questo ragionamento avevamo provato a ricostruire alcuni degli abbagli che hanno attraversato il movimento antagonista nell'ultimo decennio. Non tanto per compilare un inventario degli errori, quanto per capire come sia stato possibile che una parte consistente dell'antagonismo abbia progressivamente smesso di produrre un proprio sguardo sui processi sociali, finendo per rincorrere movimenti, linguaggi e categorie costruite altrove.
Avevamo parlato di Non Una di Meno, della pandemia, dell'emergenza, della perdita di autonomia analitica. Avevamo parlato della difficoltà di mantenere una posizione antagonista quando il potere si presenta attraverso il linguaggio della protezione, della salute, della sicurezza. E avevamo provato a individuare, dietro queste vicende apparentemente diverse, una trasformazione più profonda: il progressivo abbandono della capacità di interrogare autonomamente la realtà. Ma c'è una cosa che va aggiunta. Tutto questo è avvenuto dopo importanti tentativi falliti di misurarsi con la trasformazione della composizione di classe. Per un periodo, nel secondo decennio del 2000, proprio mentre quelle trasformazioni diventavano sempre più evidenti, alcune esperienze avevano iniziato a costruire terreni concreti di verifica.
La logistica, innanzitutto. Le lotte per la casa, esplose con particolare forza lungo l'asse Bologna-Roma ma non soltanto lì. Le mobilitazioni giovanili. Le esperienze territoriali. Le soggettività migranti. La precarietà. Il lavoro cognitivo. Una serie di composizioni differenti, spesso parziali, contraddittorie, perfino spurie, che avevano però iniziato a incontrarsi dentro processi di conflitto. Non c'era una nuova classe già pronta ad aspettarci. C'era una composizione da indagare. E forse è proprio questa la differenza fondamentale.
Ci fu un importante tentativo "composizionista" che, a partire dalla messa in relazione di alcune importanti lotte (casa, logistica e mondo giovanile su tutti), provò ad evocare la possibilità di un movimento in divenire.
Quelle esperienze non avevano risolto il problema della ricomposizione. Avevano però aperto un terreno di ricerca. Permettevano di chiedersi se la nuova composizione capitalistica, invece di produrre soltanto frammentazione, potesse contenere anche le condizioni per nuove forme di ricomposizione. Era un laboratorio ancora tutto da attraversare. E proprio per questo avrebbe avuto bisogno di tempo. Tempo per stare dentro le contraddizioni. Tempo per capire cosa unisse davvero un facchino della logistica a uno studente, un lavoratore precario a chi occupava una casa, una soggettività migrante a una nuova figura del lavoro cognitivo. Tempo per distinguere ciò che poteva diventare comune da ciò che invece rimaneva soltanto una giustapposizione di differenze.
Certo, quel tempo non c'è stato non soltanto per mancanza di volontà, ma innanzitutto perché quel tentativo è stato stretto in una morsa repressiva importante, con decine e decine tra arresti e misure cautelari alternative. Eppure la repressione, a cui non siamo riusciti a costruire una risposta all'altezza dell'attacco che stavamo subendo, da sola non spiega la fine di quel tentativo. C'è anche un altro piano, di una banalità disarmante, che però rappresenta un continuum nel movimento italiano, anche all'interno delle stesse aree politiche. E cioè che, in quella fase, le realtà politiche che non erano riuscite a mobilitare quelle composizioni, piuttosto di sostenere e spingere quel tentativo, hanno deciso di picconarlo.
Quindi quel lavoro non è stato portato avanti. Terminato quel tentativo, stretti tra la morsa della repressione e le guerre di cortile interne, abbiamo cominciato a cercare le nostre scorciatoie.
La scorciatoia
La prima è stata quella di Non Una di Meno.
Su questo punto occorre essere più precisi di quanto non siamo stati nella prima parte. Definire NUDM un movimento interclassista non significa esaurirne l'analisi, né tantomeno negare la materialità delle questioni che ha portato dentro lo spazio pubblico e dentro i movimenti. Al contrario. Proprio perché la questione della violenza, del lavoro riproduttivo, della sessualità, della cura, dei corpi e della riproduzione sociale era e rimane centrale, avrebbe dovuto rappresentare uno dei terreni privilegiati attraverso cui aggiornare una lettura di classe. Il problema è stato un altro. L'antagonismo non ha saputo attraversare quel movimento mantenendo il proprio punto di vista. Ha preferito sciogliersi al suo interno.
La questione non era quindi se partecipare o meno a un movimento interclassista. La questione era come starci dentro senza rinunciare alla propria autonomia politica. Come attraversare un terreno di massa portandovi un'ipotesi di ricomposizione, invece di assumere come definitiva la composizione già data. Qui si è prodotto uno slittamento che vale la pena osservare con maggiore attenzione.
L'idea che le soggettività direttamente coinvolte in una determinata dinamica di oppressione debbano avere uno spazio privilegiato nel definirne i problemi è, di per sé, difficilmente contestabile. Ma una cosa è riconoscere la centralità di chi vive materialmente una determinata condizione; altra cosa è trasformare questa posizione in un criterio generale di legittimità politica. Quando la posizione sociale diventa il requisito per poter parlare, interpretare, proporre, criticare e persino immaginare una pratica politica, la differenza smette di essere materia della composizione e diventa principio di separazione. E qui si produce una conseguenza paradossale. Più ci si preoccupa di non parlare al posto dell'altro, meno si diventa capaci di costruire qualcosa insieme all'altro. La convergenza viene percepita come appropriazione. La generalizzazione come cancellazione delle differenze. La critica come aggressione alla soggettività. L'elaborazione comune come invasione di uno spazio che appartiene legittimamente a qualcun altro.
Il problema non è quindi soltanto che l'antagonismo si sia «accodato» a NUDM. È che una parte del movimento ha progressivamente perso persino la capacità di pensare un agire convergente che non fosse fondato sulla cancellazione delle differenze. E questo ha avuto conseguenze enormi.
La riproduzione
Perché sotto questa trasformazione c'era una questione che non siamo stati capaci di affrontare fino in fondo: quella della riproduzione sociale. Nel primo articolo avevamo già indicato questo come uno dei punti di rottura. Ora proviamo a dirlo in maniera più chiara.
Il problema non è stato che l'antagonismo abbia dato troppo spazio alla questione femminista. È che non è riuscito a costruire una lettura materialista della questione femminista. Produzione e riproduzione sono state trattate troppo spesso come ambiti distinti: da una parte il lavoro, il salario, lo sfruttamento; dall'altra il corpo, la cura, la violenza, il desiderio, la sessualità, l'identità. Ma il capitalismo non funziona attraverso questa separazione. La riproduzione della forza-lavoro è parte della produzione capitalistica. La famiglia, la scuola, la cura, la formazione, la sessualità, il territorio, il tempo di vita sono dispositivi dentro cui si produce e si riproduce la forza-lavoro e, insieme ad essa, l'ordine sociale che la organizza.
Il problema avrebbe dovuto essere proprio questo: comprendere come la trasformazione della riproduzione stesse modificando la composizione di classe. Invece, progressivamente, la questione è stata sottratta alla critica dell'economia politica e ricollocata dentro una grammatica prevalentemente identitaria. Non si è trattato di un passaggio improvviso. È stato un processo. Prima il linguaggio. Poi la rappresentazione. Poi la postura. Poi la correttezza dei comportamenti. Poi la legittimità a parlare. Infine il giudizio politico sull'individuo attraverso il suo comportamento.
L'inclusività è diventata il prezzemolo da mettere ovunque.
L'uso esasperato del femminile, le formule linguistiche, le attenzioni verso la rappresentazione, l'estetica queer, la gestione delle relazioni interne hanno assunto progressivamente un peso sproporzionato rispetto alla capacità di agire sui rapporti materiali. Non perché queste questioni siano irrilevanti. Ma perché, private di una teoria della riproduzione, sono diventate esse stesse il terreno e il fine della politica.
La radicalità ha così iniziato a spostarsi dalla trasformazione dei rapporti di forza alla trasformazione delle posture. Una parte del movimento è diventata estremamente attenta a come si parla, a come ci si presenta, a come si sta dentro uno spazio politico, mentre diventava sempre più difficile dire che cosa si volesse concretamente trasformare. E così una radicalità che avrebbe dovuto essere verticale — contro il comando, contro il capitale, contro la proprietà, contro la subordinazione — ha finito per esercitarsi soprattutto in senso orizzontale. I tribunali interni hanno sostituito il conflitto esterno. La sanzione ha sostituito la capacità di incidere. La correttezza della postura è diventata una forma di garanzia della propria radicalità.
La paura dell'azione
È qui che forse bisogna introdurre un elemento ulteriore.
Non è cambiato soltanto il modo in cui il movimento analizza la realtà. È cambiata la sua antropologia politica. Si è sviluppata una crescente paura dell'azione. Non necessariamente la paura della piazza, della manifestazione o del gesto simbolico. Quella è rimasta, almeno in parte, una liturgia. La paura riguarda piuttosto l'assunzione del rischio che ogni azione politica comporta: il rischio di sbagliare, di produrre contraddizioni, di esporsi, di essere criticati, di non poter controllare completamente le conseguenze di ciò che si fa.
Al posto dell'azione è comparsa così una nuova idea di responsabilità. Una responsabilità intesa non come capacità di rispondere collettivamente delle proprie scelte, ma come necessità di controllare preventivamente ogni possibile conseguenza del proprio comportamento. La compostezza diventa una virtù politica. Il rischio, un problema. L'errore, una colpa. La contraddizione, qualcosa da eliminare prima ancora che possa produrre un processo.
E così il movimento diventa progressivamente più sicuro nei propri codici e più insicuro nella propria capacità di agire.
È una trasformazione che abbiamo visto anche nelle piazze. Non è solo una questione di tattica. È una postura. Una postura che può essere radicalissima nella retorica e prudentissima nella pratica. Il problema non è quindi semplicemente che «non si fanno più le cose di una volta». È che è cambiato il rapporto con il fare.
Un'altra scorciatoia: il Kurdistan
Dentro questo stesso processo va collocata anche l'esperienza del Kurdistan e del Rojava.
Non ci interessa qui aprire una discussione geopolitica sulle formazioni curde, sul rapporto con gli Stati Uniti, con la Turchia, con la Russia o sulle diverse interpretazioni dell'esperienza del confederalismo democratico. E soprattutto non ci interessa ricadere nella vecchia grammatica secondo cui la politica internazionale deve essere letta attraverso la contrapposizione meccanica tra blocchi e imperialismi. Forse in altri contesti andrebbe messo a critica anche questo senza subire l'accusa di essere "campisti", ma non è questo il momento.
Il problema che ci interessa è un altro. Che cosa è successo quando quell'esperienza è entrata nell'immaginario dell'antagonismo italiano?
Premessa: chi scrive ha contribuito in prima persona ad alcuni dei passaggi che si stanno qui raccontando. Il tutto è quindi innanzitutto un'autocritica.
Per molti compagni e compagne non si è trattato soltanto di una fascinazione a distanza. Alcuni hanno scelto di andare direttamente sul terreno della guerra, mettendo il proprio corpo dentro un'esperienza di combattimento reale. È una cosa enorme! E proprio per questo meriterebbe un'analisi che vada oltre la celebrazione. Perché l'esperienza combattente non produce automaticamente una soggettività antagonista. Può produrre anche una nuova forma di ego. Una postura. Un'immagine di sé. Una nuova gerarchia simbolica tra chi ha fatto un'esperienza «vera» e chi invece è rimasto qui. E dentro questa dinamica è difficile non vedere anche una dimensione fortemente maschile: l'arma, il combattimento, il corpo esposto al rischio, la figura del militante che torna dall'altra parte del mondo con un capitale di esperienza difficilmente discutibile. E quella dell'impossibilità di mettere in discussione chi era portatore di quella esperienza nella quotidianità militante di alcune aree ha rappresentato un devasto umano e politico.
Anche qui, quindi, una possibile esperienza di trasformazione politica rischia di diventare una scorciatoia.
Non dobbiamo più interrogarci su come costruire una soggettività antagonista dentro la nostra composizione sociale. Possiamo guardare a una soggettività già esistente altrove. Non dobbiamo più costruire un immaginario. Possiamo importarlo. Non dobbiamo più attraversare le contraddizioni della nostra società. Possiamo raccontare quelle di una guerra lontana. Il problema non è l'esperienza curda. Il problema è quello che noi abbiamo fatto di quell'esperienza. E anche qui si ripresenta lo stesso nodo: la difficoltà a trasformare un'esperienza in materia di ricerca. Si è preferito spesso trasformarla in modello. E un modello, quando viene importato senza interrogarsi sulle condizioni materiali che lo hanno prodotto, non è più uno strumento di analisi. È un'identità.
Questo aiuta anche a capire alcune letture successive di altri eventi o conflitti, da parte di alcuni soggetti che hanno vissuto quell'esperienza. Dagli eventi del Bataclan di Parigi alla guerra in Ucraina, la complessità dei processi è stata talvolta ricondotta a schemi sorprendentemente occidentali e semplificati.
Non è necessario stabilire qui quale sia la corretta posizione geopolitica. La questione è precedente. Come può un'esperienza internazionalista e combattente produrre, una volta tornata in Europa, uno sguardo incapace di interrogare la propria stessa posizione? Ancora una volta: non è l'esperienza ad essere il problema. È la sua trasformazione in scorciatoia.
Le scorciatoie e il problema della classe
A questo punto le due vicende — Non Una di Meno e il Kurdistan — non sono naturalmente equivalenti. Ma possono essere lette dentro una stessa trasformazione. Da una parte un movimento interclassista di massa. Dall'altra un'esperienza rivoluzionaria e combattente sviluppatasi in un contesto storico e geografico radicalmente diverso. In entrambi i casi, però, una parte dell'antagonismo italiano ha trovato qualcosa a cui aderire prima di aver risolto il problema della propria composizione.
E questo è il punto che ci interessa.
Perché mentre cercavamo soggetti già formati, abbiamo smesso di osservare quello che stava succedendo qui. Le lotte della logistica continuavano a porre domande sulla composizione del lavoro. Le lotte per la casa continuavano a porre domande sulla riproduzione. La precarietà continuava a trasformare il rapporto tra lavoro e vita. Il lavoro cognitivo continuava a perdere progressivamente autonomia. Le università producevano nuove forme di indebitamento, selezione e subordinazione. Le piattaforme trasformavano il rapporto tra lavoratore, tempo e comando. Quello che è rimasto di quelle lotte è stato destinato alla frammentazione e alla guida di sindacati e organizzazioni politiche settarie e autoreferenziali che, cessato il tentativo composizionista che era in atto soprattutto tra il 2013 e 2017, è tornato alla vertenzialità fine a se stessa. E noi, dopo quella sconfitta, per la repressione, come scritto in precedenza, ma anche per l'immaturità e le stupide guerre di egemonia sul nulla, siamo tornati alla ricerca del soggetto già pronto.
È qui che l'identitarismo diventa politicamente interessante. Non perché le identità siano un'invenzione o perché le differenze non esistano. Ma perché l'identità può diventare una risposta alla difficoltà di costruire composizione. Quando non sappiamo più come produrre il "comune", possiamo almeno definire con precisione chi siamo. Quando non riusciamo più a costruire un soggetto, possiamo costruire una posizione. Quando non riusciamo più a produrre conflitto, possiamo produrre norme sul modo corretto di stare dentro il conflitto.
È una forma di compensazione.
Il Covid e l'accelerazione
Poi è arrivato il Covid.
Nella prima parte abbiamo parlato soprattutto dell'emergenza come dispositivo politico e della perdita di autonomia che quella fase ha reso evidente. Ma c'è un'altra cosa che oggi, a distanza di qualche anno, appare ancora più evidente.
Il Covid è stato anche un enorme acceleratore della trasformazione della composizione di classe. Non ha inventato il lavoro da remoto, la piattaformizzazione, la digitalizzazione, l'automazione o la trasformazione algoritmica del lavoro. Li ha accelerati. Processi che avrebbero probabilmente richiesto anni sono stati compressi in pochi mesi. Il lavoro è stato separato dal luogo fisico della produzione per una quantità crescente di persone. Il controllo è diventato sempre più digitale. Il tempo di lavoro è stato ulteriormente scomposto. La distinzione tra tempo di vita e tempo produttivo si è fatta ancora più incerta. E proprio mentre tutto questo accadeva, l'intelligenza artificiale ha iniziato a compiere un salto qualitativo.
Non ci interessa qui alimentare l'ennesima profezia sulla fine del lavoro. La questione è molto più concreta. Per anni avevamo parlato di lavoro cognitivo come di una forma emergente della produzione capitalistica. Oggi una parte crescente delle capacità che avevamo associato al lavoro cognitivo — scrivere, tradurre, programmare, sintetizzare, produrre immagini, classificare informazioni, elaborare linguaggio — viene incorporata dentro infrastrutture tecniche che possono essere utilizzate per scomporre, misurare, controllare e riorganizzare il lavoro. Questo non significa che il lavoro cognitivo sparisca. Significa che viene ulteriormente proletarizzato. Perde controllo sulle proprie condizioni di produzione. Diventa più facilmente scomponibile, misurabile, sostituibile. La capacità di produrre linguaggio, immagini, codice e conoscenza, che sembrava poter costituire una nuova frontiera dell'autonomia del lavoro, viene progressivamente incorporata dentro nuove catene di comando. E allora quelle vecchie domande tornano, ma in una forma completamente nuova.
Che cos'è oggi il lavoro? Che cosa significa essere proletari quando una parte della forza-lavoro produce attraverso infrastrutture che appartengono a pochi soggetti privati? Dove finisce il lavoro e dove comincia il non-lavoro? Quanto della nostra vita è già lavoro senza essere riconosciuto come tale? Che cosa significa oggi cooperazione sociale? Quale parte di questa cooperazione viene catturata dal capitale? E soprattutto: dove può emergere o sta già emergendo un antagonismo?
Sono le domande che avremmo dovuto continuare a fare dieci anni fa. Oggi abbiamo ancora meno alibi per non farlo.
Una generazione dopo
Qui però bisogna stare attenti a non trasformare questa riflessione in una celebrazione nostalgica delle precedenti generazioni. Anzi, è evidente che i disastri di questi dieci anni vengono dai disastri dei 20 anni precedenti e quindi delle generazioni che hanno animato il conflitto sociale non negli ultimi 10 anni, ma negli ultimi 30. Questi nodi appartengono soprattutto a noi.
Alle generazioni che hanno attraversato questi decenni e che, in larga parte, hanno contribuito a costruirne anche i limiti.
Non è detto che siano gli stessi nodi dei più giovani. Anzi. Da qualche tempo si intravedono segnali differenti. Certo, la scorciatoia identitaria e interclassista sembra ormai la via assunta da una parte consistente di giovanissime compagne e compagni. Ma in alcuni casi sembra emergere una componente che ricomincia ad avere meno timore di attraversare nuovamente il conflitto, di esporsi, di prendere parola, di sperimentare. Non sappiamo ancora dove porterà tutto questo. Ed è proprio per questo che sarebbe un errore cercare di dirigerlo immediatamente.
Il problema, semmai, è il rapporto tra generazioni. Perché nelle organizzazioni e nei movimenti l'influenza tende ancora troppo spesso a viaggiare in una sola direzione: dai grandi ai piccoli. Si trasmettono analisi, linguaggi, forme organizzative, ma anche — e forse soprattutto — riflessi.
Il rischio è che una generazione trasmetta alle successive non soltanto ciò che ha imparato, ma anche le proprie paure. La paura di sbagliare. La paura di esporsi. La paura di non essere sufficientemente corretti. La paura di prendere parola su qualcosa che non ci appartiene completamente. La paura di agire senza avere prima costruito tutte le condizioni per poter dimostrare che quell'azione è giusta.
Se invece esiste oggi una possibilità, questa potrebbe trovarsi proprio nella capacità di rompere questo rapporto verticale tra generazioni. Non insegnare ai più giovani come si fa politica. Fare politica con loro.
E soprattutto andare a cercare chi non sta dentro i nostri gruppi, le nostre sigle, le nostre geografie già conosciute, le nostre rappresentazioni di "sinistra". Perché forse la nuova composizione non si trova dove siamo abituati a cercarla.
Tornare alla ricerca
Ed è qui che ritorna una parola che abbiamo usato troppo e a vuoto. Una parola che abbiamo usato come il prezzemolo ogni volta che non sapevamo cosa fare: conricerca. Parola a cui dovremmo tornare a ridare valore.
Non come metodo accademico. Non come indagine sociologica sulla classe. Ma come pratica politica. Tornare a fare conricerca significa smettere di partire dal soggetto che vorremmo trovare e cominciare a guardare il soggetto che esiste. E molto spesso è l'antitesi di quello che abbiamo trovato nelle piazze interclassiste degli ultimi anni. Significa tornare nei luoghi in cui il capitale sta trasformando la vita. Nei luoghi del lavoro e del non lavoro. Nelle piattaforme. Nelle università. Nei quartieri. Nella logistica. Nella riproduzione. Nei territori. Nei nuovi spazi della socialità (ci sono? quali sono? Queste sono le domande fondamentali perché innanzitutto va ricostruita la cooperazione sociale). Nelle forme di indebitamento. Nelle nuove solitudini. Nelle trasformazioni del desiderio. Nelle vite che vengono progressivamente rese compatibili con il comando algoritmico. Non per trovare una nuova identità a cui dare un nome. Ma per capire quali contraddizioni possono diventare forza comune.
Forse è questo che abbiamo perso nel decennio degli abbagli. Non soltanto una serie di lotte. Non soltanto una capacità organizzativa. Abbiamo perso, almeno in parte, la capacità di stare davanti a qualcosa che ancora non conosciamo senza avere immediatamente bisogno di chiamarlo con un nome già conosciuto. Abbiamo cercato il soggetto invece della composizione. L'identità invece del processo. Il modello invece della ricerca. La postura invece dell'azione. La correttezza invece della contraddizione. E ogni volta che abbiamo trovato una scorciatoia abbiamo rinunciato a qualcosa della nostra autonomia. Il punto, allora, non è tornare indietro. Non dobbiamo recuperare il movimento di dieci o vent'anni fa. Tutto corre così veloce che quella composizione già non esiste più.
Non dobbiamo nemmeno costruire l'ennesima nuova identità antagonista, né trovare l'ennesimo soggetto destinato a rappresentare tutti gli altri. Dobbiamo ricominciare da dove avevamo smesso. Dalla realtà. Dalla composizione di classe. Dalla riproduzione. Dal lavoro e dal non lavoro. Dalle trasformazioni che il capitale sta producendo davanti ai nostri occhi. E dalla possibilità, ancora tutta da verificare, che dentro queste trasformazioni esistano nuove forme di ricomposizione, mettendo, forse, anche a critica il concetto stesso di ricomposizione e se sia ancora la categoria giusta. Ma su questa ultima considerazione ci torneremo con un contributo specifico.
Forse il vero abbaglio del decennio non è stato aver sbagliato qualche previsione. È stato aver smesso di fare domande. E forse il compito che abbiamo davanti non è trovare subito le risposte. È tornare a costruire le condizioni per poterle cercare insieme.
In questo blog pensiamo con forza che la prassi anticipi la teoria. È per questo che in una terza parte di questo contributo proveremo a concentrarci sulla prassi e le possibilità di azione, andando anche ad analizzare dei tentativi che in questi mesi e anni stanno nascendo e che non sempre trovano sponda e dialogo con le realtà classiche di movimento.
Ckarl Zisher


