Il movimento antagonista e il decennio degli abbagli

C'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui l'area dei movimenti sociali conservava almeno un riflesso: diffidare. Diffidare delle narrazioni ufficiali, delle emergenze proclamate, dei dispositivi che si presentano come neutri, delle parole d'ordine che chiedono adesione immediata in nome di un bene superiore. Non era paranoia: era autonomia politica. La capacità di tenere una distanza, di leggere i processi sociali senza affidarsi ai linguaggi del potere.
Negli ultimi dieci anni questo riflesso si è indebolito. Non per una sconfitta singola, ma per una serie di abbagli. Un decennio in cui una parte dell'antagonismo ha progressivamente smesso di produrre sguardo proprio, finendo per inseguire movimenti interclassisti, lessici moralizzatori, discorsi egemonici costruiti altrove. Le sconfitte organizzative vengono dopo: prima c'è stata una resa culturale.
Le questioni sono molte, ma almeno due hanno segnato questo passaggio.
La prima merita di essere affrontata con cautela. Attorno all'irruzione di Non Una Di Meno si è aperto un ciclo che non può essere liquidato né esaltato senza analisi. È un terreno che ha prodotto mobilitazione reale, su un tema centrale, ma senza incisività contro l'alto, ma soprattutto un conflitto orizzontale forte. Un tema spesso usato come arma tutta interna al vasto mondo antagonista e alle sue aree: delegittimare, isolare, espellere avversari politici, costruire nuove ortodossie. È un campo dove si è sviluppata una violenza orizzontale che quasi sempre ha sostituito il conflitto esterno verso l'alto. Un terreno in cui pubblicamente si parlava di "Trame alternative" (riprendendo un importante testo di Giusy Palomba) ma dove in verità si sono imbastiti violenti tribunali inquisitori che hanno fatto rimpiangere non poco la giustizia borghese. Assumendo tra l'altro una connotazione e una postura profondamente maschile.
A questo si aggiunge un paradosso politico macroscopico: la continua evocazione di una violenza radicale e dirompente contro l'alto, continuamente annunciata nei posizionamenti e nella retorica dei cortei, che non si è mai tradotta in pratica materiale. Quella minaccia di rottura sistemica è rimasta lettera morta, sterilizzata all'origine proprio dalla natura intrinsecamente interclassista del movimento e dal suo definitivo cedimento alle cornici del femminismo liberale e/o identitario e reazionario . Incapace di colpire le strutture del potere e della produzione, la spinta conflittuale ha finito per ripiegare su se stessa, convertendo la radicalità promessa verso l'alto in una furia sanzionatoria e disciplinare rivolta esclusivamente all'orizzontale.
Il punto non è negare quel movimento, ma riconoscerne la natura: un movimento interclassista. E proprio per questo avrebbe richiesto, da parte dell'antagonismo, una postura autonoma, una posizione di classe capace di attraversarlo senza sciogliersi al suo interno e farsi plasmare. Invece, nella maggior parte dei casi, l'antagonismo si è semplicemente accodato, cedendo completamente alle brutture dello scontro e della violenza orizzontale. Non ha portato il proprio punto di vista: ha assunto quello dominante.
Questo cedimento strutturale svela una debolezza ancora più profonda: l'incapacità di imporre una lettura materialista e legata all'economia politica della riproduzione sociale. L'antagonismo ha rimosso la radice materiale dello sfruttamento. Invece di fare della riproduzione sociale un terreno di scontro contro il capitale, ha accettato che il dibattito venisse sussunto dentro le compatibilità del femminismo liberale, dove la militanza si riduce a normazione morale dei comportamenti e gestione poliziesca delle relazioni. Ci torneremo su questo blog.
Qui si inserisce un'altra linea di riflessione che oggi appare rimossa, ma che veniva da un ciclo teorico precedente tutt'altro che marginale.
Venivamo infatti da anni in cui una parte del movimento antagonista — soprattutto nell'area post- operaista e autonoma — aveva provato a leggere le trasformazioni del lavoro contemporaneo attraverso categorie come cognitariato, precarizzazione, produzione diffusa, messa a valore della vita quotidiana. Un insieme di analisi che aveva provato a descrivere lo spostamento del lavoro fuori dalla fabbrica, la sua diffusione nella cooperazione sociale, nei linguaggi, nelle reti, nelle piattaforme digitali.
Al di là dei limiti e delle semplificazioni che quelle categorie hanno avuto, lì si era comunque prodotto un tentativo: capire come la composizione di classe stesse cambiando e come la precarietà non fosse una fase transitoria ma una forma strutturale del capitalismo contemporaneo.
Quel patrimonio di analisi non era chiuso, anzi era incompleto per definizione: avrebbe richiesto di essere continuamente aggiornato, rilavorato, portato dentro le trasformazioni successive. Oggi, con l'accelerazione imposta dall'intelligenza artificiale e dai sistemi di automazione cognitiva, quella linea di ragionamento appare ancora più evidente nella sua potenzialità.
Perché ciò che sta accadendo non è semplicemente una sostituzione tecnica del lavoro, ma una ristrutturazione del rapporto tra linguaggio, produzione e comando. La capacità di produrre testo, codice, immagini, decisioni, viene progressivamente incorporata in sistemi automatizzati che non eliminano il lavoro cognitivo, ma lo riconfigurano, lo spostano, lo gerarchizzano.
Dentro questo processo, ciò che diventa centrale è proprio la proletarizzazione del lavoro cognitivo: non nel senso della sua scomparsa, ma nel senso della perdita di controllo sulle condizioni della produzione mentale stessa. Il lavoro cognitivo non è più solo precarizzato: viene standardizzato, scomposto, reso intercambiabile, e sempre più dipendente da infrastrutture algoritmiche che ne dettano tempi, forme e possibilità. La produzione di linguaggio, che era stata immaginata come terreno di autonomia, viene riassorbita dentro catene di comando sempre più opache, dove anche l'intelligenza diventa una funzione subordinata.
In questo senso, quelle categorie — anche quando ancora acerbe — avrebbero potuto diventare una base per una nuova analisi della composizione di classe dentro la transizione algoritmica. Invece questo lavoro non è stato fatto. Non si è cercato di tradurre quelle intuizioni in pratiche politiche aggiornate, né di misurarsi con le trasformazioni tecnologiche che stavano già cambiando il terreno del conflitto.
E il vicolo cieco teorico risiede proprio qui: la mancata evoluzione di questi strumenti non è stata una distrazione, ma il sintomo di una cecità complessiva di fronte al fatto che il controllo algoritmico della forza lavoro si stava saldando preventivamente con la gestione biopolitica dei corpi. Non si è capito che la piattaforma digitale che traccia, scompone e subordina il lavoro cognitivo è la medesima infrastruttura che da lì a poco avrebbe preteso di tracciare, segmentare e governare la vita biologica intera.
E il punto politico è proprio questo: mentre quella linea di ricerca si esauriva senza essere sviluppata, una parte consistente dell'antagonismo veniva abbagliata e si spostava su altri terreni, in particolare verso movimenti a forte composizione interclassista, dove il conflitto di classe viene spesso dissolto dentro cornici più ampie, morali o identitarie.
Il risultato è una perdita di continuità teorica: da un lato una lettura del capitalismo che cercava di misurare le trasformazioni del lavoro; dall'altro un ripiegamento su forme di mobilitazione che non si misurano più con quella trasformazione, ma la danno per acquisita o la rimuovono del tutto.
L'altra frattura è stata la pandemia. Ed è lì che il problema è apparso in modo più nitido.
Il 2020 non è stato solo un evento sanitario. È stato un banco di prova politico. In pochi mesi si è ridefinito il rapporto fra individuo, spazio pubblico e potere: confinamenti, coprifuoco, sospensione della socialità, autorizzazioni per muoversi, accesso condizionato ai luoghi, controllo diffuso. Una trasformazione radicale del governo della vita quotidiana. Eppure proprio l'area che per anni aveva denunciato il controllo, la sorveglianza, lo stato d'eccezione, in quel momento ha smesso di parlare.
In quel frangente, Giorgio Agamben indicò subito il punto. Certo, lo faceva partendo da tesi biologiche e sanitarie forse non del tutto condivisibili – che sottovalutavano la materialità e la letalità del virus – e arrivando talvolta a conclusioni scivolose, che avrebbero poi prestato il fianco a pericolose derive e a solipsismi teorici.
Eppure, al netto di quegli abbagli analitici, la sua intuizione filosofica coglieva qualcosa di autentico: l'emergenza stava aprendo una nuova soglia di governo. La sospensione dei diritti non come eccezione temporanea, ma come paradigma permanente e possibile. Il rischio del cittadino ridotto a corpo biologico, la vita politica schiacciata sulla mera sopravvivenza.
Parallelamente su Giap i Wu Ming sviluppavano una critica radicalmente diversa, materialista e ancorata alle contraddizioni del capitalismo ecologico.
Per il collettivo non si trattava di un piano sovrano di riduzione a "nuda vita", quanto di un governare nel torbido: una gestione neoliberista della crisi costruita attraverso confusione, ambiguità, messaggi contraddittori, decreti incomprensibili e categorie arbitrarie. Non solo imposizione dall'alto, ma produzione deliberata di un ambiente opaco, in cui il controllo si esercita attraverso la nebbia.
Quella nebbia era il punto politico.
Nel corto circuito tra queste due posizioni – l'allarme biopolitico di Agamben e l'inchiesta sulla gestione predatoria dei Wu Ming – si muoveva la possibilità di una critica che l'antagonismo non ha saputo fare propria, schiacciato com'era dal terrore di prendere posizione.
Dentro questa trasformazione si inserisce anche una lettura che ha provato a cogliere la dimensione più profonda e meno visibile della pandemia, quella che riguarda la psiche collettiva e la mutazione delle forme del desiderio. Franco Berardi Bifo ha insistito su un punto decisivo: la pandemia non ha prodotto solo un regime di controllo, ma ha accelerato una dinamica già in corso di rarefazione del contatto, di paura dell'altro come corpo, di progressiva erosione delle condizioni stesse del desiderio.
Il confinamento non è stato soltanto una misura sanitaria, ma una pedagogia involontaria della distanza, che ha interiorizzato l'idea del contatto come rischio e della prossimità come minaccia. In questo quadro, ciò che si è indebolito non è solo la socialità, ma la sua componente erotica, sensibile, conflittuale. Il risultato non è una semplice "normalizzazione" del controllo, ma una forma più sottile di disgregazione: una crescita diffusa di stati ansiosi, di ritiro, di fatica relazionale, che possono essere letti come una vera e propria nevrosi sociale di massa.
Questa dinamica ha prodotto un effetto politico preciso: quando il desiderio si indebolisce, anche la capacità di conflitto si attenua. Non perché venga vietata, ma perché perde energia interna. E in questo vuoto si rafforza una soggettività più fragile, più esposta alla sicurezza come bisogno primario, meno disponibile a rischiare l'attraversamento del conflitto.
Quella nebbia era il punto politico, dicevamo. Norme che cambiavano di settimana in settimana. Divieti spesso illogici. Responsabilità scaricate sui singoli. Il vicino che controlla il vicino, il lavoratore che controlla il collega, il passante che controlla il passante. Una pedagogia del sospetto che trasformava la relazione sociale in sorveglianza reciproca. Non era solo sanità pubblica: era una nuova grammatica del comando.
L'area antagonista, in gran parte, non ha saputo elaborare una critica propria a questo passaggio. Per paura di essere confusa con il negazionismo o con la destra, ha scelto il silenzio. Ha sospeso il conflitto in nome della responsabilità. Ma quando il conflitto viene abbandonato, qualcuno lo occupa.
È esattamente ciò che è successo. Tutto il dissenso verso il green pass, verso la segregazione amministrativa, verso la trasformazione della libertà in concessione temporanea, è stato egemonizzato da settori reazionari. Non perché quel terreno fosse naturalmente loro, ma perché la sinistra ha deciso di non starci. Ha preferito sostenere — spesso con zelo — una forma di arresti domiciliari di massa, piuttosto che aprire una discussione sul rapporto tra emergenza e controllo.
Questo ha lasciato un segno più profondo di quanto si voglia ammettere. Perché molte tecniche sperimentate allora non sono finite con la pandemia. Sono rimaste come soglia disponibile. La disponibilità ad accettare restrizioni drastiche in nome della sicurezza. L'idea che l'emergenza giustifichi la sospensione del conflitto. L'assuefazione al controllo digitale e amministrativo. La trasformazione della cura in comando.
Il problema non è avere sbagliato lettura. Il problema è non voler nominare l'errore. Continuare a trattare quel passaggio come un incidente secondario, quando invece ha segnato una svolta. Ha mostrato che una parte dei movimenti non riconosce più il potere quando si presenta con il volto della protezione. Non lo vede quando parla il linguaggio della salute, della sicurezza, dei diritti. E proprio per questo finisce per aderirvi.
Forse il tratto più evidente del decennio non è la repressione subita, ma l'incapacità di mantenere uno sguardo autonomo. Di fronte a ogni crisi — sanitaria, sociale, culturale — l'antagonismo ha troppo spesso rinunciato a produrre analisi propria, limitandosi a rincorrere il senso comune progressista.
Eppure è proprio nelle crisi che si misura la necessità di un punto di vista antagonista. Se il dissenso scompare quando il comando assume la forma dell'emergenza, allora non era dissenso: era abitudine. Una liturgia che funziona solo finché il potere si presenta nei modi consueti.
Guardare gli ultimi dieci anni significa partire da qui. Non dalle sconfitte di piazza, ma dagli abbagli. Perché un movimento che non sa riconoscere i propri abbagli è destinato a ripeterli.
Dentro questo quadro si apre poi una questione decisiva. Restando dentro il solco della critica sviluppata su Giap e dal lavoro dei Wu Ming, c'è un altro nodo che andrebbe esplicitato, e che in realtà attraversa tutto il periodo pandemico: il rapporto tra critica, conflitto e ciò che viene liquidato come "complottismo".
Nel corso della pandemia si è prodotta una polarizzazione rigida che ha finito per schiacciare ogni possibilità di analisi: da una parte la narrazione della "scienza" come blocco monolitico e incontestabile, dall'altra la riduzione automatica di qualsiasi dubbio a "complottismo". Questo schema binario ha avuto un effetto politico molto preciso: ha impedito la costruzione di uno spazio critico intermedio, cioè la possibilità di distinguere tra negazione della realtà sanitaria e critica della sua gestione politica.
Eppure le contraddizioni erano evidenti. Non nel senso di una negazione del virus o dell'efficacia dei vaccini, ma nel modo in cui l'intera risposta alla pandemia è stata costruita: come dispositivo unico, risolutivo, quasi salvifico. Il vaccino è stato spesso presentato non come uno strumento dentro una strategia sanitaria complessa, ma come la soluzione totale, in grado da sola di ricomporre una crisi che era invece sanitaria, sociale, economica e politica allo stesso tempo.
Il punto non è mai stato mettere in discussione il vaccino in sé, ma il modo in cui è stato trasformato in risposta assoluta, e soprattutto il modo in cui questa assolutizzazione ha impedito di porre domande su tutto il resto: sulla struttura dei sistemi sanitari, sulla gestione dell'emergenza, sull'uso delle misure di controllo, sulla durata e l'estensione dei dispositivi eccezionali.
In questo spazio chiuso, ogni tentativo di critica veniva immediatamente ricondotto alla sfera dell'irrazionale o del pericoloso. Ma proprio questa chiusura ha prodotto un effetto politico prevedibile: ha lasciato il campo del dubbio, della domanda e della contestazione — anche nelle sue forme confuse o contraddittorie — completamente in mano ai settori negazionisti e complottisti. Non perché fossero gli unici a porre domande, ma perché erano gli unici a poterlo fare senza essere espulsi a priori dal perimetro del dicibile. Non cogliendo tra l'altro, come spiega bene Wu Ming 1 in "Q di Qomplotto", che le teorie di complotto nascono sempre da un nucleo di verità.
Ultima nota sviluppata a partire da alcune considerazioni fatte da B. dopo aver letto la bozza di questo articolo
Qui il discorso cambia leggermente scala. Una delle difficoltà più profonde emerse negli ultimi anni riguarda la separazione crescente tra critica dell'economia politica e teoria della riproduzione sociale. La prima ha mantenuto una sua potenza analitica, la seconda è rimasta spesso confinata a un registro etico o descrittivo, senza riuscire a diventare pienamente materiale. Il risultato è una asimmetria: grande capacità di leggere la produzione, minore capacità di pensare ciò che la rende possibile e la sostiene.
Dentro questo vuoto, concetti come intersezionalità, moltitudine o potenza contro-potere restano ambigui: indicano qualcosa che accade, ma non ancora una forma politica stabile. Forse il nodo non è aggiungere nuove categorie, ma capire come ciò che già esiste come intreccio di condizioni materiali possa diventare soggetto senza passare né per la pura identità né per la sola etica.
C'è poi un secondo livello, più profondo e meno nominato: quello della psiche collettiva. Qui la pandemia ha funzionato come acceleratore, ma su un terreno già in trasformazione. La rarefazione del contatto, la fragilizzazione del desiderio, la crescente centralità della sicurezza come forma di organizzazione della vita non sono solo effetti congiunturali, ma tratti strutturali di una trasformazione più lunga. È su questo piano che si misura una parte del blocco teorico degli ultimi anni.
Infine, il contesto generale è quello di un regime che non è più soltanto post-democratico, ma stabilmente post-veritativo. Il potere non si limita a governare il reale: lo moltiplica in versioni
incompatibili, lo frammenta, lo simula. In questo quadro la guerra non è eccezione ma condizione diffusa, una forma di continuità a bassa intensità che attraversa il pianeta senza mai risolversi.
Forse il punto più critico non è solo la perdita di capacità di analisi, ma qualcosa di più elementare: la difficoltà crescente a pensare ciò che eccede il presente. Non solo l'alternativa, ma anche la catastrofe, non solo l'emancipazione, ma anche la mutazione.
Ckarl Zisher


