Una questione di zoom

01.09.2026

"L'estate sta finendo" cantavano i Righeira e io scrollando sui social, bombardato dalle immagini delle vacanze, riflettevo: se mi è rimasto un sogno nella vita, è quello di andare nello spazio e guardare la Terra dall'alto, da fuori, allontanare lo zoom, un sogno antico ma nella pratica molto moderno. Poi ho pensato però che sono cresciuto affianco a persone che hanno una percezione degli spazi, un senso delle distanze molto diversi…diversi da quelli di una persona X moderna.

Sono della provincia, quella dei paesini che non superano i diecimila abitanti, quindi già passare da comune a comune, da piccolino, era un'avventura. Fare cinque chilometri in auto da paesino a paesino ti porta a notare pochi punti di riferimento, poche possibili tappe intermedie: un bivio, un ponte, un bar. Quello che davvero cambia la percezione dello spazio è camminare a piedi nelle campagne. Non so se possiate immaginare quanto siano grandi i mondi piccoli. Attraversare la campagna per fare la stessa distanza è qualcosa di molto diverso, soprattutto se lo fai con qualcuno che è custode di quei percorsi, sembra di guardare il mondo al microscopio. Ogni pochi passi hai un punto di riferimento, un albero che svetta come un faro, un altro da visitare sempre perché fa il terreno buono per i funghi. Una pietra è la tana di un serpente da cento anni, una masseria è l'occasione per sentire le innumerevoli storie di una famiglia. Un rudere ospita un fantasma, una rovina la casa di un folletto. Il tutto si misura a sassi, varchi, siepi, sorgenti, cancelli, nidi. Tutto vive, tutto custodisce una storia, tutto irrimediabilmente magico, tutto è a portata di mano ma è inafferrabile… e di sicuro non lo rubi con una foto.

Tolkien scriveva: "Mi piacciono i giardini, gli alberi e le terre coltivate non meccanizzate […] mi piacciono i funghi raccolti nei campi; ho un senso dell'umorismo semplice; vado a letto tardi e mi alzo tardi, se posso. Non viaggio molto". Io e Tolkien siamo dello stesso segno, amo pensare siamo simili: "non viaggio molto"… nemmeno io.

Oggi devi andare… e devi andare nei posti dove devi andare. Pure il morto di fame fa i debiti per andare dove si deve andare. Il mondo mi sembra sempre più una cartolina sgualcita inviatati da un te stesso di passaggio sulla tangenziale che gira intorno al pianeta. Visitiamo formicai atterrandoci in mezzo, un tuffo in una lavatrice piena di pareo, cappellini, magliette di calciatori e roba tecnica presa da Decathlon. Bulimici di fine settimana in città tutte uguali, o peggio, attraversate tutte allo stesso modo. Collezionisti di bandierine.

Divoriamo le distanze, annulliamo lo spazio, un discount dell'esserci. Rimpiccioliamo le nostre possibilità allargando il campo d'azione. E sì, se non lo fai sei strano, soprattutto agli occhi del borghese che si arricchisce di nuove esperienze viaggiando e diventando cittadino del mondo, il nipote scemo di Goethe, il protagonista del Grand Tour dei poveri. Sono peggio dei cafoni in posa a Mykonos.

E se "tre cancelle" fosse meglio della Rambla? E se bere acqua da un muro muschioso, infilandoci una canna, mentre vaghi senza meta con tuo zio fosse meglio di una pasta al Berghain? E se rubare qualche mela lungo la via fosse meglio di spendere in voli, locali, visite guidate e di far guadagnare Instagram coi caroselli di foto?

Questo non è un elogio ai tempi andati, è una riflessione sul consumo. Prendiamo il mondo un tanto al chilo, compriamo, consumiamo e attendiamo la prossima offerta sul volantino pubblicitario. Ma non è che stiamo consumando pure noi stessi?

Questo non è un elogio all'experience (aaaah l'orticaria) autentica, della vita lenta come antidoto al manicomio che ci siamo costruiti intorno, del ritorno alla natura perché abbiamo scordato anche di che colore è l'erba. Credo sia un attacco un po' naïf al capitalismo, a un suo aspetto subdolo: viaggiare=consumare, nel modo più feroce, correndo, saltando, pagando una fantomatica autenticità, cancellando gli spazi intermedi, le deviazioni, quelle fisiche e quelle intangibili.

Quanto siete brutti tutti in fila, tutti ammassati. Quanto siete brutti quando vi potete permettere la solitudine e l'esclusività. Che merda il turismo, che patetici i borghesucci che conoscono il mondo, che cancro i ricconi che possono noleggiare anche pezzi di pianeta, ovviamente senza rispettarlo. Mi sembra triste conoscere il fantastico negozietto di vinili a Brighton e ignorare la pietra dove si è seduto il bisnonno di qualcuno quando ha parlato con un fantasma, che ovviamente è ancora lì.

L'Ammiraglio si è sfogato e forse è solo una questione di zoom, viva la libertà.

Ammiraglio Canarinis


Share