Tra le macerie e l’ordine

06.02.2026

Viviamo in un tempo in cui il senso della vita sembra essere stato riscritto dal linguaggio del mercato. Non ci chiediamo più chi siamo, ma quanto valiamo. Non misuriamo più i nostri desideri, ma le nostre performance. Il capitalismo neoliberista non si limita a organizzare la produzione e il consumo: entra nelle nostre teste, plasma le nostre aspettative, colonizza il nostro immaginario. Ci vuole sempre connessi, sempre disponibili, sempre visibili. I telefoni diventano protesi emotive, finestre su un mondo che promette tutto ma restituisce spesso vuoto. Scorriamo vite patinate mentre la nostra resta sospesa, in attesa di un riconoscimento che arriva sotto forma di like, visualizzazioni, numeri. Così il valore umano viene ridotto a statistica, a engagement, a presenza digitale. 

Questo sistema ci vuole perfetti e performanti, anche quando siamo stanchi, fragili, pieni di crepe. Non c'è spazio per la lentezza, per l'errore, per il silenzio. La precarietà lavorativa diventa normalità, l'instabilità emotiva una colpa individuale invece che una conseguenza strutturale. Se non ce la fai, è perché non ti sei impegnato abbastanza: questa è la bugia più violenta che ci raccontano. 

E mentre ci viene chiesto di essere sempre più produttivi, sempre più flessibili, sempre più sacrificabili, continuiamo a contare i morti sul lavoro. Morti che vengono chiamate "incidenti", come se fossero fatalità inevitabili, come se non fossero invece il risultato diretto di risparmi sulla sicurezza, di ritmi disumani, di una cultura che mette il profitto prima delle persone. Anche questa è violenza strutturale: silenziosa, normalizzata, accettata. Una violenza che uccide senza bisogno di armi, ma con contratti precari, turni massacranti e tutele che si assottigliano. 

Nel frattempo, i legami si assottigliano. Le relazioni diventano più difficili, più fragili, più mediate da schermi. Siamo iperconnessi eppure profondamente soli. La solitudine non è più un'eccezione, ma una condizione diffusa, quasi programmata. Un individuo isolato consuma di più, dubita di meno, fa meno domande scomode. 

In questo contesto, le persone scese in piazza a Torino non manifestavano solo contro qualcosa, ma per qualcosa: per scegliere da che parte stare. Per rompere l'automatismo dell'indifferenza, per dire che non tutto è neutro, che non tutto può essere osservato da lontano come se non ci riguardasse. Scendere in piazza oggi significa anche questo: rifiutare la posizione comoda dello spettatore e assumersi il peso, scomodo ma necessario, di una scelta. 

Ho letto una frase che mi ha colpito in questi giorni, che recita così: "Non c'è nulla in questo mondo che merita il nome di pace, piuttosto si tratta di capire di che violenza abbiamo più paura e da che parte stare". Per me questa diventa allora una chiave di lettura potente. Perché spesso la pace che ci viene proposta è una pace finta, costruita sull'ingiustizia, sul silenzio, sulla rimozione del conflitto. Una pace che serve solo a mantenere l'ordine delle cose, non a renderle più giuste. Ci spaventa la violenza visibile, quella che brucia, che esplode, che fa rumore. Ma molto più profonda e normalizzata è la violenza invisibile: quella della precarietà, dell'esclusione, della povertà, della solitudine, della competizione forzata, della vita ridotta a merce. È la stessa logica che rende "accettabili" anche orrori più grandi, lontani geograficamente ma vicinissimi moralmente. 

L'"accettazione" di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo nella striscia di Gaza e in generale in Palestina è forse una delle espressioni più crudeli di questa anestesia collettiva. Un massacro che viene normalizzato, giustificato, relativizzato, trasformato in notizia da scorrere, in numeri, in statistiche. Come se migliaia di vite spezzate potessero essere digerite senza conseguenze, come se il dolore di un popolo potesse essere archiviato in nome di equilibri geopolitici, interessi economici, alleanze strategiche. Anche questo è scegliere da che parte stare. Anche il silenzio è l'indifferenza, sono una forma di scelta. 

La retorica della violenza viene utilizzata per nascondere proprio queste dinamiche. La violenza strutturale dello Stato e dell'organizzazione capitalistica diventa "ordine pubblico", normalità, necessità. La violenza di chi subisce, di chi resiste, di chi prova a rompere questo meccanismo, diventa invece semplicemente "delinquenza". Non importa cosa chiedi, importa come lo chiedi. La forma viene usata per cancellare il contenuto, il conflitto per delegittimare le ragioni, il rumore per non ascoltare ciò che lo ha generato. 

Il presente viene saccheggiato: il tempo libero trasformato in tempo monetizzabile, l'attenzione in merce, il futuro in un debito permanente. E così anche il domani appare devastato prima ancora di arrivare, schiacciato tra crisi ambientali, insicurezza economica e una costante sensazione di instabilità. 

Eppure, proprio dentro questa frattura, nasce anche una possibilità. La possibilità di rallentare, di disconnettersi, di rimettere al centro il corpo, la relazione, la cura, il limite. Di ricordarci che non siamo macchine, non siamo profili, non siamo solo consumatori. Siamo esseri umani, imperfetti, vulnerabili, vivi. 

Resistere oggi forse non significa solo protestare, ma assumere il conflitto come parte inevitabile della vita sociale. Significa accettare che non esiste neutralità possibile dentro un sistema che produce vincitori e vinti, sfruttati e garantiti, vite che contano e vite sacrificabili. Scegliere da che parte stare non è un esercizio morale astratto, ma una pratica concreta, che ha costi, che espone, che rompe equilibri e comfort. 

Scegliere il conflitto non per amore della violenza, ma perché l'ingiustizia si regge proprio sull'assenza di conflitto, sull'adattamento, sull'idea che "non ci siano alternative". In un mondo che chiama ordine ciò che opprime e disordine ciò che resiste, stare dalla parte del conflitto significa rifiutare la pace finta, quella che funziona solo per chi sta già in alto. Significa riconoscere che alcune fratture non vanno ricucite, ma attraversate. Perché senza conflitto non c'è trasformazione, solo amministrazione dell'esistente. 

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