Sirāt: è da molto tempo che è la fine del mondo

«È così che ci si sente alla fine del mondo?»
«Non lo so come ci si sente, ma è da molto tempo che è la fine del mondo.»
C'è un momento in Sirāt di Oliver Laxe in cui il film smette di essere un thriller, smette di essere un road movie, e diventa una dichiarazione ontologica. Non si tratta di sopravvivere a un'apocalisse imminente, ma di riconoscere che l'apocalisse è già la nostra condizione. Una condizione in cui è difficile capire come ci si sente.
Premio della giuria al Festival di Cannes nel 2025, Sirāt è ambientato tra rave tekno nel deserto marocchino verso i confini con la Mauritania. Ma il deserto non è un fondale esotico, ma piuttosto una zona geopolitica. Un territorio di transito, di frontiera, di traffici e di sparizioni. Uno spazio dove la Storia non arriva più come narrazione, ma come vibrazione bassa, come subwoofer lontano.
In questo senso, Sirāt è forse il primo grande film dei nostri tempi sulla Terza Guerra Mondiale. Non quella spettacolare, nucleare e televisiva. Ma quella che incombe come clima. Non evento, ma regime atmosferico permanente.
Gli eserciti li vediamo solo di passaggio. Non vediamo fronti. Vediamo corpi in transito in territori desertificati. Non vediamo battaglie. Vediamo comunità precarie.
La guerra è lo sfondo invisibile che produce la condizione esistenziale dei personaggi. È il rumore bianco della contemporaneità.
Dove sono i giovani?
C'è però un'assenza che pesa più di ogni esplosione: in Sirāt mancano i giovani.
I ravers non sono adolescenti. Non sono l'immagine classica della gioventù ribelle, bensì sono corpi adulti, segnati, mutilati, sospesi. Non sono l'avanguardia del futuro, ma i superstiti di una promessa che non si è compiuta.
Gli unici veri giovani sono figure isolate: il piccolo Esteban, in una ricerca che è insieme affettiva e identitaria; e un soldato a cui viene detto da una delle ravers «sei giovanissimo». Due presenze liminali. Due figure esposte. Due figure che probabilmente condividono lo stesso destino di morte: essere consegnate a un mondo già in guerra.
Non abitano la festa. Non sono dentro la comunità del suono. Sono nella transizione o nella macchina militare.
Questo dettaglio cambia radicalmente la lettura del film.
Il rave non è il luogo dove nasce qualcosa. È il luogo dove si prolunga qualcosa che non ha più eredi.
Storicamente il rave è stato legato alla giovinezza, alla rottura generazionale, alla possibilità di un mondo alternativo. Qui no. Qui l'intensità non è giovane. E quando l'intensità non è giovane, non è promessa, ma é persistenza.
Il rave diventa una forma di manutenzione dell'intensità, non la sua esplosione inaugurale.
Conflitto senza psichedelia
In un precedente testo – Conflitto senza psichedelia – riflettevo sulla perdita della dimensione visionaria e immaginativa del conflitto. Se nel Novecento la lotta politica si accompagnava a immaginazione, espansione percettiva, promessa di mondo, oggi il conflitto sembra ridotto a gestione delle macerie. Mobilitazioni senza apertura. Intensità senza trascendenza.
Sirāt sembra inscriversi esattamente in questa frattura.
La tekno a 150 bpm che attraversa il film non è psichedelica nel senso storico. Non produce visioni collettive. Non promette trasformazione. Non costruisce un "dopo".
È ritmo puro e bassiline rotonde. Una vibrazione continua che non racconta nulla e non spiega nulla.
La musica non sembra dare consolazione. Non salva e non emancipa. Resiste, in quanto semplicemente esiste.
Una presenza quasi sacra, enigmatica. Si alza nel deserto come una stele muta. Non c'è messaggio ma solo persistenza corporea.
Se il conflitto contemporaneo ha perso la sua psichedelia, anche l'intensità si è trasformata. Non è scomparsa. È diventata densità senza orizzonte.
E qui l'assenza dei giovani diventa decisiva.
Perché la psichedelia novecentesca era giovane. Ma soprattutto era il conflitto ad essere giovane. L'immaginazione politica aveva età.
In Sirāt l'intensità non è più generazionale. Non apre un futuro. Tiene aperto un presente che sembra eterno, permanente, senza via d'uscita.
La guerra si prende i giovani
Se leggiamo il film come rappresentazione di un clima di guerra permanente, allora l'assenza dei giovani dal rave assume un senso ulteriore.
La guerra diffusa non lascia spazio alla giovinezza come tempo autonomo.
La giovinezza o viene catturata — militarizzata, arruolata, precarizzata — oppure non riesce nemmeno a costituirsi come soggetto collettivo. Non ha presente né futuro, come il piccolo Esteban, sospeso in una ricerca senza garanzia di compimento.
Nel film i giovani non sono nella festa. Sono nella ricerca o nella guerra. Sono già dentro il dispositivo.
Il rave è abitato da chi è sopravvissuto alla promessa di futuro. I giovani sono già altrove. O da nessuna parte.
E questo è forse uno dei segni più concreti della "fine del mondo" come condizione: non la distruzione materiale, ma la rottura della trasmissione. Quando una generazione non genera più mondo per la successiva.
In Sirāt la linea sembra spezzata. Non vediamo un passaggio, non vediamo una continuità ma vediamo adulti in intensità e giovani isolati.
La Sirāt: ponte largo o lama sottile
Il titolo del film apre un ulteriore livello. Nella mistica islamica, la Sirāt è il ponte che le anime attraversano per raggiungere il Paradiso: largo e comodo per alcuni, sottile come un capello e affilato come una lama per altri.
La strada è la stessa.
La Sirāt di Laxe è una linea tracciata nel deserto, percorsa al ritmo di 150 bpm. È sospesa tra salvezza e caduta. È un movimento collettivo che può diventare comunità oppure dissolversi nella frammentazione.
Ma cosa accade quando non ci sono più giovani ad attraversarla?
Se la via è larga, può essere attraversata insieme. Ma se si restringe, ognuno cade da solo.
La metafora diventa politica: la strada c'è, ma la sua attraversabilità non è garantita. Il conflitto c'è, ma non genera mondo. L'intensità c'è, ma non produce successione.
La Sirāt non è solo ponte tra paradiso e inferno. È anche la misura della nostra capacità di trasmettere senso. Di trasmettere mondo.
Ballare alla fine della fine
«È da molto tempo che è la fine del mondo.»
Non c'è un climax da evento apocalittico. Non c'è esplosione finale. C'è la consapevolezza che la fine non è davanti a noi, ma ci attraversa da tempo.
La fine del mondo non è un evento che interrompe. È una condizione che struttura.
Il deserto non è ciò che resta dopo la distruzione ma l'ambiente ordinario. Le comunità temporanee dei ravers non rappresentano una fuga, ma un modo di stare dentro questo clima.
Ballare non è evasione. È gesto minimo e imprescindibile di coesione. La musica non è utopia. È testimonianza fine a se stessa.
E anche l'unico momento che potrebbe sembrare frutto di una visione psichedelica si rivela invece la manifestazione più concreta e terribile della realtà: un mondo minato. Non allucinazione, ma dispositivo. Non espansione, ma detonazione.
Anche senza psichedelia, anche senza promessa generazionale, anche nella rottura della trasmissione, l'intensità può ancora attraversare i corpi. Ma questo non basta.
La fine del mondo non è un evento che verrà. È la forma che ha assunto il presente. E la domanda non è più come evitarla. È se siamo ancora capaci di costruire comunità che sappiano attraversarla insieme — continuando a ballare, e ricominciando a trasmettere senso. Se siamo capaci di produrre conflitto che produce mondo.
Ckarl Zisher


