Raiz, la miseria umana e “noi” (noi chi?)

25.08.2026

I centri sociali sono morti (e con essi il centrosocialismo), evviva i centri sociali!


Questa cosa la diciamo da tempo. Forse, però, è arrivato il momento di assumerla definitivamente.


Partiamo da una premessa di cui non dovrebbe esserci bisogno, ma che, in tempi in cui ogni posizione che non sia immediatamente riconducibile al bianco o al nero viene sistematicamente fraintesa, ci sembra necessario ribadire con forza: siamo solidali con Emiliano. Lo siamo per la vicenda specifica che lo ha coinvolto, ma anche per una ragione che ci riguarda direttamente. L'embrione di Calliphora.org nasce infatti proprio dalla reunion dei PMK per il loro ventennale: un'iniziativa realizzata con la collaborazione di Emiliano e delle compagne e dei compagni di Handala, attraverso la quale vennero raccolti fondi per alcuni compagni inguaiati con la repressione e per la causa palestinese. Quella è una parte della nostra storia e non abbiamo bisogno di costruire oggi una solidarietà di maniera per dimostrarlo.

Detto questo, la vicenda Raiz ci appassiona relativamente poco. Non perché non ci interessi quello che fa, né perché pensiamo che ognuno non debba assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Al contrario: quando un uomo sceglie consapevolmente una provocazione, dovrebbe avere almeno il coraggio di rivendicarla.

E quella della maglietta dei Culture Club, indossata pochi giorni dopo che Boy George aveva pubblicato una canzone apertamente schierata a sostegno di Israele, ci sembra abbastanza chiaramente una provocazione. Non abbiamo bisogno di fare finta che fosse un innocuo tributo musicale. Se vuoi provocare, provochi. Se vuoi assumere una posizione, la assumi. Il problema è che Raiz sembra avere ormai bisogno della provocazione senza avere più nemmeno il coraggio di assumersene fino in fondo il significato.

E forse è proprio questa la parte più miserabile della vicenda.
La sensazione è che, fuori dai contesti sociali e politici che avevano contribuito a rendere possibile la sua musica, Raiz abbia progressivamente perso anche quella capacità di sperimentazione e di innovazione che un tempo lo aveva reso importante. Gli Almamegretta, tra la prima metà e la fine degli anni Novanta, sono stati uno dei gruppi più interessanti e innovativi della scena italiana. Hanno prodotto una musica capace di attraversare dub, reggae, elettronica, ritmi mediterranei e cultura metropolitana, dentro una stagione in cui la contaminazione tra produzione musicale, spazi sociali, politica e cultura produceva qualcosa di realmente nuovo.

Quella spinta, però, non era una qualità individuale separabile dal contesto. Nasceva dentro una città, dentro una rete di relazioni, dentro un fermento politico e culturale, dentro una stagione di occupazioni, collettivi, centri sociali e sperimentazioni. Quando quel mondo è venuto meno, è venuta meno anche una parte di quella spinta.

E allora forse la provocazione diventa l'ultima forma di sperimentazione possibile: quando non riesci più a produrre qualcosa di nuovo, puoi sempre provocare il mondo da cui provieni. Puoi ancora farti guardare, generare una polemica, costringere qualcuno a parlare di te.
Ma questo, più che interessarci, ci sembra un segno di una miseria più generale: la miseria umana, politica e culturale che attraversa il nostro tempo. Una miseria fatta di contraddizioni, opportunismi, incapacità di prendere posizione e, soprattutto, incapacità di riconoscere che alcune cose sono semplicemente finite.

Certo, in questi tempi complessi, nessuno sembra essere immune alla miseria e alle contraddizioni del nostro tempo. Ci attraversano. Ma poi ci sono miserie che diventano intollerabili.
E qui arriviamo al punto che ci interessa davvero. Noi non vogliamo passare il nostro tempo a discutere delle miserie umane di Raiz. Non perché non esistano — esistono eccome — e non perché pensiamo che le responsabilità individuali non contino: contano. Contano ancor di più per chi, nella propria storia, spesso è finito ad assumersi anche responsabilità che non aveva. Per chi scrive si sfondano porte aperte. Ma perché abbiamo altro da fare.

In giro c'è una quantità enorme di cose che stanno nascendo, o faticano a nascere, di persone che stanno sperimentando, di spazi che stanno provando a costruire, di musica che sta cercando nuove forme, di festival che stanno provando a inventarsi un senso, di collettivi che stanno tentando di rimettere insieme pezzi di un mondo che sembravano dispersi. È lì che dovremmo guardare, ed è lì che dovremmo mettere le nostre energie.

Perché, se continuiamo a concentrarci sulle miserie umane di chi non rappresenta più nulla, forse il problema non è soltanto la miseria di chi abbiamo davanti. Il problema è che non riusciamo più a vedere quello che di buono sta succedendo intorno a noi e, soprattutto, non riusciamo a dargli spazio.
Perché la scommessa di oggi è proprio quella di prendere tutto ciò che non è miseria, non è inferno, per dirla con Italo Calvino, e dargli spazio.

La questione, allora, non è soltanto Raiz. È anche chi continua a chiamarlo ai concerti e ai festival. È chi continua a pensare che, per costruire un programma, un cartellone, un momento culturale, sia necessario andare a recuperare qualcuno che ha avuto un ruolo trent'anni fa. È chi continua a cercare, dentro un passato ormai consumato, qualche residuo di autorevolezza che possa giustificare il presente.

E forse questo succede perché non riusciamo più a costruire. È molto più semplice invitare qualcuno che già conosciamo, qualcuno che porta con sé un nome, una storia, una fotografia, una memoria collettiva, piuttosto che andare a cercare quello che sta nascendo adesso. È molto più semplice continuare a raccontare gli anni Novanta che provare a costruire gli anni che abbiamo davanti.
Ed è qui che la questione della nostalgia diventa politica.

Chi scrive, in quegli anni, era appena nato. Quella storia ci è arrivata attraverso i racconti dei compagni che l'hanno vissuta, attraverso la musica, gli archivi, le fotografie, le memorie di chi c'era. E proprio per questo sappiamo che anche quei racconti devono essere attraversati con attenzione, perché la nostalgia tende a trasformare una stagione politica viva in una fotografia.
Da anni facciamo questo con gli anni Settanta. Poi abbiamo cominciato a farlo con gli anni Novanta, con il movimento No Global, con Genova, con i primi Duemila. Ogni generazione costruisce il proprio album dei tempi belli, fino a convincersi che il momento in cui tutto era possibile sia sempre quello che è già passato.

Ma una fotografia non è una pratica politica e, soprattutto, non produce futuro, ma neanche presente, che è quello che ci interessa.
Per questo diciamo che i centri sociali sono morti, evviva i centri sociali!
Sono morte alcune forme, alcuni linguaggi, alcune mitologie, alcune comunità politiche. È morto un pezzo importante di quel mondo e non abbiamo alcun interesse a resuscitarlo artificialmente. Ma continuano a vivere — e forse devono tornare a vivere — la necessità di costruire spazi autonomi, di produrre cultura fuori dai circuiti dominanti, di mettere in relazione conflitto sociale, immaginazione e organizzazione.

Questo significa anche smettere di trattare come intoccabili le icone del passato o sentire la necessità di attaccare chi pensiamo abbia tradito. Non c'è necessità di esaltare quella storia, né tantomeno di cancellarla, ma soltanto la necessità di liberarla dalla nostalgia.
Non ci interessa rinnegare gli Almamegretta, e ancor meno il miserabile presente di Raiz, un uomo vittima del suo stesso ego, ma riconoscere ciò che quella stagione ha prodotto e, insieme, ciò che non è più in grado di produrre.

La separazione tra l'artista e il contesto che lo ha generato, del resto, è molto più complicata di quanto ci piaccia ammettere. La musica non nasce soltanto dalla genialità individuale: nasce da relazioni, conflitti, possibilità materiali e immateriali, comunità e spazi.
E quando quegli spazi scompaiono, qualcosa cambia: forse anche la musica, forse anche l'immaginario, forse anche la capacità di essere radicalmente contemporanei.

Anche se, come ha raccontato bene un post Facebook di un altro compagno storico di quegli anni, probabilmente il Raiz "compagno" muore molto prima del contesto sociale e politico di effervescenza che aveva contribuito alla sua nascita. Probabilmente già allora vittima del suo ego e della sua sete di successo. Per questo non ci interessa fare l'ennesimo articolo su Raiz. Non abbiamo bisogno di salvarlo, ma non abbiamo nemmeno bisogno di distruggerlo e, soprattutto, non abbiamo bisogno di stabilire se sia ancora «uno dei nostri». Abbiamo bisogno di capire perché continuiamo a porci questa domanda. Forse il problema non è che Raiz abbia smesso di essere quello che era; il problema è che continuiamo ad aspettarci che lo sia. E mentre continuiamo a discutere di chi è stato, rischiamo di non vedere chi c'è.

Quindi l'invito è semplice: andiamo a cercarlo.
Andiamo a cercare quello che non conosciamo ancora, nei luoghi in cui qualcosa sta nascendo. Ascoltiamo la musica che non ha ancora una storia già da raccontare, ma tutta da costruire, e diamo spazio a chi sta provando a costruire organizzazione, cultura, conflitto e immaginazione.
Costruiamo festival nuovi invece di riempire quelli vecchi con i nomi di sempre, costruiamo spazi invece di rimpiangere quelli che non esistono più, costruiamo linguaggi invece di difendere quelli che abbiamo ereditato.

Perché i tempi belli non sono quelli che abbiamo perduto.
Sono quelli che non abbiamo ancora costruito.


Ckarl Zisher

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