Pandemie del capitale

15.05.2026

Un gruppo di turisti benestanti sale su una crociera da decine di migliaia di euro per osservare specie rare ai margini del mondo. Escursioni estreme, birdwatching nei territori più remoti, la promessa del pianeta consumato fino all'ultimo lembo. Poi qualcosa si rompe: un virus salta fuori, una nave resta bloccata, i governi parlano di contenimento, i mercati farmaceutici si agitano, e la macchina del profitto riparte come se niente fosse.

Il virus è l'Andes virus, un ceppo di hantavirus. La vicenda, per ora, riguarda un focolaio limitato su una nave da crociera, la MV Hondius. Gli esperti rassicurano: non siamo davanti a un nuovo Covid. Ed è vero. Ma il punto non è questo.

Il punto è che ogni volta ci raccontano il virus come fatalità, mai come prodotto. Come incidente, mai come conseguenza. Un fatto naturale, mai politico.

Secondo una delle prime ricostruzioni, tutto potrebbe essere partito da un'escursione in una discarica nei pressi di Ushuaia, durante un tour di birdwatching. Un luogo evitato da chi ci vive, ma trasformato in esperienza esotica per chi può pagare il privilegio di attraversare il mondo come un parco tematico.

È la geografia del privilegio: c'è chi oggi non può spostarsi di cinquanta chilometri, schiacciato da salari fermi, affitti, inflazione e precarietà. E c'è chi attraversa oceani e continenti per hobby, perché la noia dei ricchi deve diventare diritto di consumo globale. E nel farlo, apre corridoi biologici nuovi, mette in contatto specie, territori, ecosistemi e agenti patogeni che fino a ieri restavano confinati.

Il capitalismo globale non sposta solo merci: sposta batteri, virus, parassiti, disastri. Le stesse rotte che portano container, petrolio, crociere di lusso e turismo estrattivo sono le rotte lungo cui viaggiano anche le emergenze sanitarie. Il mondo è una filiera. Anche il contagio.

Durante il Covid ci dissero che sarebbe cambiato tutto. Che avremmo ripensato il rapporto con l'ambiente, con la salute pubblica, con il territorio. Che avremmo capito il costo della devastazione ecologica e del taglio alla sanità.

È cambiato il contrario.

E di come sono andate le cose, una responsabilità è anche delle realtà politiche di movimento, che in quei mesi hanno smesso di pensare e criticare, scegliendo di allinearsi alla gestione dell'emergenza. Hanno indossato il linguaggio della responsabilità, legittimato il controllo, difeso gli arresti domiciliari di massa in nome della salute. Anche questa rimozione pesa sul presente. Ma ci torneremo.

La sanità territoriale è stata ancora indebolita. I medici, celebrati come eroi per qualche settimana, sono tornati a essere numeri da tagliare nei bilanci. I fondi pubblici non vanno alla prevenzione, né ai presidi locali, né alla medicina di base: servono alle spese militari, ai confini armati, ai nuovi fronti di guerra.

Intanto continua la distruzione. Cementificazione, deforestazione, consumo di suolo, invasione delle aree prima marginali. Si devasta l'equilibrio tra specie e habitat, si spingono animali e uomini in prossimità forzata, e poi ci si sorprende del salto di specie. Ma il salto non è un evento eccezionale: è la conseguenza logica di un pianeta ridotto a cava, discarica e resort.

E mentre ancora ci dicono di stare tranquilli, i titoli farmaceutici tornano a muoversi. Basta l'ombra di un nuovo vaccino, l'anticipazione di una nuova emergenza, e il mercato già scommette. Aziende come Pfizer, Moderna e GSK sanno trasformare l'emergenza in settore. L'emergenza sanitaria, nel capitalismo contemporaneo, non è solo tragedia: è segmento industriale.

Ogni virus racconta una catastrofe precedente. Non nasce dal nulla. Nasce da foreste abbattute, discariche allargate, animali spinti fuori dagli habitat, navi che attraversano il globo, ricchi che trasformano il collasso ecologico in esperienza esclusiva.

Il post-apocalittico non è il futuro. È questo presente: una nave di lusso che vaga con un focolaio a bordo mentre il pianeta brucia, i governi rassicurano e le borse brindano.

Eppure sotto questa cenere non c'è solo il mondo che si decompone. C'è il movimento che la decomposizione porta con sé. Perché ogni collasso apre spazio, ogni putrefazione genera vita nuova, ogni ordine che marcisce lascia qualcosa che si muove sotto.

L'apocalisse non è una soglia da attendere, né un evento improvviso: è il paesaggio che già abitiamo. Sta nelle città che si sbriciolano, nei territori avvelenati, nei corpi sfruttati, nelle malattie che attraversano le rotte del profitto. Ma proprio dentro questa rovina, qualcosa continua a germinare. Come la larva nella carcassa, come il fuoco sotto la brace.

Ci vogliono fermi, impauriti, spettatori della fine. Ma la fine non è mai neutra: nelle crepe del loro mondo si infilano già altre forme di vita, altri legami, altri linguaggi, altri modi di stare insieme. Non fuori dalla catastrofe, ma dentro. Non dopo il crollo, ma attraversandolo.

Per questo il problema non è salvarsi da questo tempo. Il problema è starci dentro abbastanza da riconoscere ciò che nasce, scegliere da che parte stare mentre tutto cede, alimentare quel fuoco che sotto le ceneri continua a respirare.

Perché nel punto in cui il loro ordine marcisce, il nuovo ha già cominciato a muoversi. E non chiede permesso: prende corpo nello scontro, nelle barricate, nei legami che resistono e in quelli che ancora devono nascere.

Ckarl Zisher

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