Elogio del delirio

Ogni epoca produce le proprie malattie. Alcune colpiscono il corpo, altre il linguaggio, altre ancora la facoltà di immaginare. La nostra sembra aver sviluppato una patologia particolare: la difficoltà crescente di pensare ciò che non esiste ancora. Non è semplice pessimismo. È qualcosa di più radicale: una contrazione del possibile.
Siamo circondati da immagini di futuro — algoritmi che prevedono i nostri gusti, intelligenze artificiali, simulazioni climatiche, città smart, promesse tecnologiche — eppure raramente queste immagini ci appartengono davvero. Sono futuri già confezionati, prodotti da apparati economici e tecnologici, quasi sempre orientati al consumo o al controllo. Più che immaginare, ci viene chiesto di scegliere tra scenari precompilati.
Il futuro ci arriva addosso come previsione, non come desiderio. Questa è una delle grandi vittorie del presente: averci convinto che il futuro sia qualcosa da attendere, non da inventare. Per questo parlare di immaginazione oggi non significa occuparsi di fantasia. Significa affrontare una questione politica. Perché chi determina il perimetro del possibile determina anche il campo del reale.
Negli ultimi decenni questo perimetro si è ristretto. Non solo per cause materiali — guerre permanenti, collasso ecologico, impoverimento — ma perché tali condizioni hanno prodotto un regime affettivo preciso: stanchezza, adattamento, rassegnazione. Una pedagogia dell'impotenza.
Ogni giorno impariamo che bisogna essere realistici. Che i desideri devono essere compatibili con il mercato, con il lavoro, con i costi, con il tempo disponibile. Ciò che non produce reddito viene percepito come lusso. Ciò che non è traducibile in progetto appare come perdita di tempo. Così anche il pensiero finisce per funzionare come un'impresa. Ottimizzare, produrre, monetizzare. Perfino sognare deve avere uno scopo. L'immaginazione smette di essere un territorio e diventa una funzione.
A questo si aggiunge l'ambiente cognitivo in cui siamo immersi. La nostra infosfera non è progettata per pensare: è progettata per reagire. Scorriamo centinaia di notizie ogni giorno. Guerre, crisi, disastri, scandali, tragedie. Quasi sempre leggiamo solo i titoli. Un evento sostituisce il precedente prima che abbia avuto il tempo di sedimentare. Le informazioni ci attraversano senza trasformarsi in esperienza.
Non abbiamo più il tempo di abitare ciò che vediamo. Lo consumiamo. Il risultato non è maggiore consapevolezza, ma saturazione. Più immagini riceviamo, meno immagini produciamo. La mente si riempie di materiale che non riesce a metabolizzare. Abbiamo abolito la noia. Ogni vuoto viene riempito: alla fermata, nel letto, in bagno, in fila. Non esiste quasi più sospensione. Ogni interstizio viene colonizzato da uno schermo. Eppure la noia era uno dei luoghi originari dell'immaginazione. Era il momento in cui, sottratto agli stimoli, il pensiero iniziava a deviare. Una società che elimina la noia è una società che appalta l'immaginazione alle piattaforme.
Così il presente non si limita a sfruttare il nostro lavoro o il nostro tempo: occupa anche la nostra capacità di desiderare. Produce futuri prefabbricati e li immette nel circuito dell'attenzione. Li pensa per noi. Le grandi industrie culturali continuano a mostrarci mondi post-apocalittici, desertificazione, pandemie, collasso tecnologico, guerre finali. Ci raccontano il disastro come se fosse imminente. Ma il disastro non è in arrivo. È già la forma della nostra esperienza quotidiana. La distopia è oggi. Ed è proprio per questo che viene continuamente proiettata nel domani: per impedirci di riconoscerla nel presente. Se il futuro appare solo come minaccia, il presente diventa l'unico orizzonte possibile. Anche quando è invivibile.
È qui che torna utile Mark Fisher. Diceva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Non era una battuta: era una diagnosi. Il punto non è che manchino alternative. È che il presente ha costruito un'atmosfera così pervasiva da far apparire il capitalismo come l'unico ordine realistico. Anche quando produce devastazione, precarietà, depressione e collasso ecologico, continuiamo a percepirlo come sfondo naturale della vita. Fisher chiamava questo Capitalist Realism: non una semplice ideologia, ma una condizione atmosferica. Qualcosa che non si vede e proprio per questo si respira ovunque. Il suo trionfo più grande non è farci credere che funzioni. È farci credere che non esista altro.
Possiamo pensare all'estinzione della specie, ma non a una diversa organizzazione del lavoro. Possiamo visualizzare oceani che sommergono le città, ma non la scomparsa del mercato. Possiamo fantasticare sulla fine della civiltà, ma non sulla fine della rendita. Questo produce un effetto profondo: la cancellazione dell'eccesso. Non riusciamo più a pensare fuori scala. Tutto deve essere utile, fattibile, spendibile. Eppure ogni trasformazione reale è iniziata proprio come eccedenza: un'idea impraticabile, un gesto assurdo, una deviazione.
La parola delirio deriva dal latino delirare: uscire dal solco. È il gesto dell'aratro che devia dalla linea tracciata. Ogni ordine sociale produce i propri solchi: modi di vivere, lavorare, amare, organizzarsi. Li interiorizziamo fino a confonderli con la realtà stessa. Ma il reale non coincide con il solco. È solo la sua forma temporanea.
Delirare allora non è perdere il senso. È sottrarsi a una traccia già stabilita. Da questo punto di vista l'utopia non coincide con la speranza. La speranza spesso attende. L'utopia invece agisce. Non consola: rompe. Non lenisce il presente: gli si oppone. È un atto di ostilità verso ciò che esiste. Separare utopia e speranza significa restituire all'immaginazione il suo carattere operativo. Perché ogni ordine teme l'immaginazione non governata. Un'idea condivisa può produrre città, istituzioni, movimenti, riti, economie. Può rendere inevitabile ciò che prima sembrava assurdo.
È il principio di Iperstizione: finzioni che diventano reali perché abbastanza persone iniziano ad agire come se lo fossero.
La domanda non è se viviamo dentro narrazioni. È: chi le sta scrivendo?
Perché se smettiamo di produrre immaginario, qualcuno continuerà a farlo al posto nostro. Meta, TikTok, governi, piattaforme, propaganda. E il nostro compito si ridurrà a reagire. Forse il primo gesto politico del presente non è organizzare. È ricominciare a delirare.
Non nel senso patologico, ma in quello agricolo del termine: portare l'aratro fuori dal solco. Tracciare linee che ancora non esistono. Coltivare il possibile dove il presente impone il già dato. C'è una forma di gioia che nasce soltanto da questo. Creare possibilità senza doverle giustificare. In un'epoca che misura tutto in termini di efficienza, questa gratuità è già sabotaggio. L'immaginazione non è il contrario del reale. È ciò che lo precede.
Ogni mondo è stato pensato prima di essere abitato. E forse la crisi più profonda del nostro tempo non è solo ecologica, economica o militare. È aver smesso di credere che il tempo possa essere diverso da ciò che ci viene mostrato. Per questo la vera urgenza non è prevedere il futuro.
È produrne uno che non esiste ancora.
Ckarl Zisher


