Conflitto senza psichedelia.  Riflessioni a partire dalla manifestazione di Torino

07.02.2026

Chiamo B. Sono passati due mesi dall'ultimo messaggio a cui non ho mai risposto.

"Boia dè, ho dimenticato la cazzo di partita del Bologna" mi dice mentre si trova bloccato nel traffico dal bus del Milan. Mentre stiamo per mettere giù gli chiedo: "Embé, Torino? Come ti è sembrata?".
B. ha sempre la capacità di riportarmi alla realtà, oltre a essere una voce rassicurante. Il che la dice lunga, considerato che ha una vita quasi più incasinata della mia.

"Il colpo di coda degli anni '90. Tutto uguale, non c'è immaginario. Solita costruzione, l'appello, sta cazzo di chiamata agli artisti e tutto lo schema sempre uguale".
"Non parlo del dato di piazza eh" chiarisce. "Ma sembra che nessuno si diverta a fare politica, i giovani. Guarda Trump con le AI. Di qua [nel nostro campo] manca proprio l'immaginario".


Cazzo, B. in qualche modo riprende una riflessione che ponevo nelle giornate del Blocchiamo Tutto per la Palestina. È rimasta lì, si è palesata nuovamente a Torino — prima e durante — ed è destinata, probabilmente, a riemergere ogni volta che nuovi momenti di conflitto proveranno ad affacciarsi.


Vado a riprendermi un questionario che mi chiese di compilare M. dopo il corteo nazionale per Gaza e la Flottilla del 4 ottobre 2025 a Roma. Era rivolto a compagnx che avevano attraversato città diverse da quelle di Bologna per indagarne forme, similitudini ma anche peculiarità. Mi accorgo che quel questionario l'ho compilato, ma la promessa di inviarglielo è stata disattesa. Non credo fosse semplice dimenticanza, c'è qualcosa di inconscio. Chissà.


Ecco, in quel questionario abbozzavo elementi pessimisti che andavano in qualche modo in contrasto con l'entusiasmo diffuso di quei giorni d'autunno che avevano visto esplodere il grande movimento di Blocchiamo Tutto per la Palestina.

L'esplosione di quel movimento irrompeva con forza dentro la torsione autoritaria, reazionaria e genocida a cui assistiamo da anni. Arrivava, inoltre, poche settimane dopo il varo del Decreto Sicurezza del governo Meloni, che puntava proprio a impedire l'emersione di nuovi cicli di conflitto.
In questo senso, l'irruzione improvvisa di blocchi, cortei selvaggi, interruzioni della circolazione delle merci e delle persone faceva carta straccia di quel decreto, aprendo una crepa imprevista nella narrazione di ordine e disciplinamento sociale che si voleva ormai egemone.

Ma, appunto, dentro quel questionario io provavo a tenere insieme entusiasmo e inquietudine.
Perché nel rispondere alle domande mi accorgevo che, pur riconoscendo la portata politicamente incisiva di quelle pratiche — il bloccare tutto, l'andare sulle autostrade, sulle tangenziali, nelle stazioni, l'ibridazione tra sciopero classico e blocco della circolazione — nelle piazze non vedevo rompersi davvero quella solitudine profonda che il nostro tempo si porta dietro. L'atomizzazione sembrava essere ancora lì.
La sensazione costante era che mancasse la gioia dello stare insieme. L'impressione che nemmeno quella potenza bastasse a spezzare la depressione del corpo sociale collettivo.

Era come se la materialità del conflitto fosse forte, ma la sua capacità di produrre senso restasse fragile.

Dentro quelle piazze percepivo una difficoltà non tanto nel compiere il gesto — il blocco, lo scontro — quanto nel riempirlo di simboli, linguaggi, racconto. Come se quelle azioni non tracimassero oltre se stesse. Non c'era storytelling. Intrappolate tra la pesantezza del passato e la distopia dell'eterno presente.


Persino quella stessa pratica del bloccare — che pure non poteva che essere incisiva — mi appariva, in parte, svuotata. O meglio: ripetuta.
Ripeteva, quasi mimandole, le forme del movimento contro la riforma Gelmini del 2010: autostrade occupate, tangenziali interrotte, la circolazione come terreno di scontro. Ma allora quel gesto era immerso in un mondo generazionale vivo, capace di produrre linguaggi, estetiche, soprattutto ironia. Quella che più di tutte sembra mancare.

Oggi quella stessa pratica sembrava talvolta sopravvivere come forma senza mondo.
L'impressione era quella di piazze conflittuali, ma incapaci di parlare fino in fondo il linguaggio del presente: le sue ossessioni, le sue tecnologie, la moltitudine di contraddizioni e, soprattutto, la sua depressione.

Era questo il nodo che provavo a mettere a fuoco.
Una sensazione che mi tornò addosso con forza anche nella piazza romana del 4 ottobre, quella che — almeno momentaneamente — ha chiuso quella fase di movimentazione. Una piazza immensa, potente, emotivamente satura. Nei giorni seguenti le realtà sindacali e di movimento sembravano fare a gara nel porsi la stessa domanda: e ora che facciamo?

Eppure l'impressione è che il corpo sociale di quelle piazze non andasse oltre il momento. A mancare non era la risposta sul cosa fare dopo, ma la domanda stessa.
Come se la forza accumulata non trovasse un varco politico e simbolico attraverso cui precipitare, non tanto per pensare il dopo, ma per leggere e narrare il qui ed ora.

Ed è forse per questo che Torino, più che smentire queste sensazioni, ha finito per confermarle. Ma lo ha fatto aprendo, allo stesso tempo, contraddizioni ulteriori.
Tra il fumo dei lacrimogeni, la propaganda martellante del governo Meloni, la bagarre costruita attorno al poliziotto aggredito, l'annuncio immediato di un nuovo Decreto Sicurezza, il ritorno delle retoriche sugli infiltrati e tutto il repertorio che puntualmente viene ripescato dopo ogni giornata conflittuale, non avevo centrato fino in fondo quella riflessione.


Me l'ha fatta tornare al centro, di nuovo, B.

Torino allora ci restituisce esattamente questo nodo. Al netto di una giornata storica — di cui, chiariamolo subito, avevamo bisogno. Di giornate così ce n'è sempre bisogno.
Così come c'è sempre bisogno, di fronte a eventi di questo tipo, di una maturità politica collettiva che spesso, invece, continua a mancare.

Ancora una volta si è aperto il solito teatro dei distinguo: la disquisizione infinita sulla giustezza o meno dello scontro, sulle modalità, sui tempi, sulle responsabilità. Le torsioni giustificazioniste, i "sì però", i "ma anche".
Bisogna assumere fino in fondo che, al momento, su quel piano perdiamo.
Esistono momenti storici in cui questo esercizio diventa sterile. Momenti in cui misurare millimetricamente la legittimità dello scontro significa non cogliere la fase.

Perché di fronte a una deriva autoritaria conclamata — accompagnata da un caos in cui provare a mettere ordine significa solo alimentarlo — esistono soglie oltre le quali la questione non è più se lo scontro sia giusto o sbagliato, ma chi detiene il monopolio della forza e a quale scopo lo esercita.

Ed è dentro questa soglia che va collocato il punto politico.
L'uso della forza non è soltanto prerogativa esclusiva dei governi e delle destre. L'uso della forza e della violenza di classe appartiene storicamente anche al nostro campo. E torna a porsi come necessità dentro una fase di compressione autoritaria crescente.
Forse bisognava dire solo questo, provando a stare il più lontano possibile dal tritacarne mediatico e social che tutto macina e restituisce deformato.
Anche perché, se è vero che il primo Decreto Sicurezza era stato reso di fatto carta straccia proprio dall'irruzione del movimento Blocchiamo Tutto per la Palestina, oggi — di fronte a un nuovo attacco costruito propagandisticamente a partire dai fatti di Torino — la necessità di tornare in piazza si ripropone con forza.

Il dato della piazza resta centrale. E Torino, da questo punto di vista, sancisce un elemento tutt'altro che secondario: la possibilità dello scontro e del conflitto è ancora viva.
Esiste una soggettività giovanile. Esiste una parte di questo Paese non disposta ad accettare passivamente la torsione autoritaria in corso. Ed è una parte disposta allo scontro.
Non è poco, soprattutto dopo anni in cui il conflitto di piazza sembrava evaporato, ridotto a memoria di un'altra stagione.

Ma, detto questo, le riflessioni che attraversavano le giornate autunnali si ripresentano a Torino.
Perché anche Torino, per certi versi, è sembrata la rappresentazione di uno scontro che — pur riaprendo possibilità dopo anni di desertificazione — portava con sé qualcosa di già visto, di rituale.
Uno scontro che può piacere o meno, che produce simboli, immagini, perfino fascinazione, ma che continua a muoversi dentro codici che non parlano fino in fondo il linguaggio del presente.

Manca, ancora, uno storytelling. Manca una narrazione capace di eccedere il gesto.

È come se quelle piazze continuassero a restituire un conflitto attraversato più dalla stanchezza di dover colpire ancora, almeno un'ultima volta, che dalla gioia di aprire possibilità nuove. Piazze in cui si sancisce una restituzione di forza — quasi una compensazione simbolica — ma che faticano a respirare il desiderio di stare insieme per rompere davvero la solitudine e inaugurare un processo sociale.

Ed è forse anche su questo piano che emergono contraddizioni interessanti. Perché alcuni strumenti, paradossalmente, ci restituiscono il senso di possibilità inesplorate. Che però non riusciamo ad usare.

Basta osservare l'uso che la Polizia di Stato ha fatto dei propri profili social pubblicando la foto dei due agenti aggrediti, ritoccata con l'intelligenza artificiale. Un'operazione propagandistica pensata per rafforzare la narrazione vittimaria che, però, ha finito per produrre anche effetti imprevisti: ironie, complottismi, contro-letture, slittamenti di senso.

Questo ci dice due cose, simultaneamente.
La prima: questi strumenti sono pericolosi, perché capaci di plasmare la realtà percettiva. Ma lo sapevamo.
La seconda: proprio per questo non possono restare monopolio del nemico.
B. questo diceva. In una fase in cui Trump si diverte come un bambino con l'intelligenza artificiale per costruire immaginario, com'è possibile che nel nostro campo manchi perfino il divertimento nell'usarla? La gioia ludica di piegare questi strumenti ai nostri bisogni, alle nostre ossessioni, alle nostre narrazioni?

Qui non so perché, ma penso a Luther Blisset, alle provocazioni mediatiche, alla guerriglia culturale.
È anche qui che si misura, forse, la povertà simbolica che continuiamo a portarci dietro.
Abbiamo gli strumenti ma non abbiamo soggettività che ne faccia un contro-uso. E non è solo un problema dei contesti militanti: allo stesso tempo non vediamo emergere sottoculture. O forse non riusciamo più a riconoscerle.

Verso la fine della telefonata B. torna su questo punto, ma lo fa come sempre a modo suo.
"Boia dé, forse dovrebbero girare un po' di psichedelici?"
Lo dice ridendo, ma non troppo. Perché l'intuizione è quella: la necessità di riaprire percezioni, visioni, possibilità oggi atrofizzate. Di uscire dalla depressione collettiva.

Gli rispondo d'istinto:
"Eh, purtroppo invece gira soltanto bamba, che imbruttisce e ingessa."
Del resto c'è mai stata una droga pesante con un numero così massificato di consumatori in un dato periodo storico? Probabilmente no. E sappiamo bene che quale sostanza circola in modo egemone dentro una società non lo decidiamo noi: lo decide il mercato.

Qual è l'effetto?
Accelerazione senza visione. Iper-prestazione senza immaginazione.
Una sostanza perfettamente compatibile con l'ordine esistente: non apre mondi, li chiude. Non dilata percezioni, le comprime dentro l'efficienza, la competizione, l'ego. Col paradosso che il suo consumo è pienamente integrato nella normalità sociale.

Fare i conti con una società in cui l'immaginazione fatica a respirare significa forse fare i conti anche con questo. Ma di questo altri, e meglio, parleranno sulle pagine di questo blog.


Resta che Torino — e quel bellissimo corteo — si collocano su un confine sottilissimo: tra la possibilità di un rilancio e il rischio di essere l'ultimo funerale degli anni '90.
Ci sono da rilanciare nuove piazze. Subito. Il nuovo Decreto Sicurezza, come ci ha mostrato plasticamente il primo, si contrasta solo tornando a riempirle.

Ma tornarci non potrà significare riprodurre all'infinito i rituali stanchi del già visto.
La questione, forse, è più profonda.

Come torniamo a divertirci stando insieme?
Come si cura collettivamente la depressione?
Come si riaprono desiderio, gioco, eccedenza — anche dentro il conflitto?
Perché senza questa riapertura il rischio è che perfino le giornate più potenti restino episodi isolati: fiammate che scaldano, ma non incendiano.

Torino allora non è un punto di arrivo. È una soglia.
Sta a noi decidere se attraversarla per riaprire un ciclo — oppure abitarla come si abita l'ultimo rito di una stagione che non riesce a morire né a rinascere.
E in questo spazio sospeso, fragile ma ancora vivo, resta una certezza minima:
Evviva il blocco nero che combatte sul cemento. Ma ancora di più evviva le piazze che sapranno tornare a respirare, a immaginare, a gioire mentre combattono.


_Ckarl Zisher_

Share