Come ti surfo l’Apocalisse un giorno a Milano

23.09.2025

Alzi la mano chi se lo aspettava (anche minimamente)! E non barate! Non se lo aspettava nessuno, neppure quelli che auspicavano qualcosa del genere, nemmeno gli organizzatori, nemmeno noi che stiamo scrivendo. L'Usb, lanciando (e osando) la data di sciopero generale, ha indubbiamente azzeccato una mossa di spessore, così come – va detto – sta facendo dalle dichiarazioni dei portuali genovesi nel corso della manifestazione di lancio della Sumud Flottilla.

Per tanti motivi diversi: perché, innanzitutto, era necessario prendere la parola sul genocidio a Gaza, perché erano stati ignobili il comportamento e lo scioperino della CGIL, perché tante donne e uomini attraversare uno sciopero conflittuale non si vedevano da tempo, perché da nord a sud si sono cristallizzate piazze bellissime e radicali, e per tutta l'altra serie di blabla politichesi che riuscite a immaginare. Ma come recitava la canzone, tutt el monda l'è paes e semm d'accord / ma Milan, l'è un gran Milan! La vera stella che brilla nel firmamento del "Blocchiamo tutto" nazionale è stata la piazza milanese, o meglio, l'orda milanese. Un corpo cyborg assemblato saldando insieme pezzi a caso di maranza meridionali e maghrebini, casseur più scafati, vecchi pirati, bucanieri di primo pelo, cavalieri mongoli, gente a caso che si è rotta il cazzo e ha sbroccato: insomma un coacervo che tra i tanti meriti ha, ed è utile sottolinearlo, quello di aver tolto gli schiaffi dalla faccia alla città dopo l'orrendo corteo dei cinquantamila per il Leonka che si erano andati a fare i selfie, capitanati dai soliti noti dell'intellighentzia nazionale post-disobba, a piazza Duomo. Ma questa è un'altra storia (e, sinceramente, ce ne sbatte di raccontarla). Torniamo allo sciopero, che è meglio!

Già dalle prime ore della mattina la città si è svegliata sotto un ronzio elettrico che pulsava come un amplificatore distorto. Nelle strade il brusio era già caotico: studenti, precari, facce di tutti i tipi, maranza, bandiere sbrindellate che sbattevano come vele di una nave alla deriva. Dalle nove, piazzale Cadorna è divenuto la cassa di risonanza di tutto quel magma: un'umanità incazzata, muraglie di tamburi da battaglia, fischi che stridevano e trombe che gracchiavano come i corvi che preannunciano la tempesta quando sta per arrivare. Alle dieci e mezza la tellurica onda nomadica si snodava verso la Stazione centrale, una cattedrale di ferro e marmo inconsapevole di trasformarsi, di lì a poco, in un fortino assediato. È stato a quel punto che il ritmo della pulsazione collettiva ha accelerato i battiti, le voci si sono fatte più feroci: Free free Palestine, Free free Palestine. Un gorgo vorticoso e caleidoscopico fatto di studenti medi, universitari dei collettivi, frikkettoni a tutti i gusti, sigle e organizzazioni, donne e uomini semplicemente inorriditi dalla situazione nel vicino oriente.

Verso le undici - mentre numerose altre piazze si gonfiavano come ruscelli di montagna quando si sciolgono i ghiacciai formando dei fiumi di rabbia - l'impatto: una massa di corpi prova a sfondare le barriere della stazione. Un gruppo è chiuso all'interno, in moltissimi premono da fuori, ci si aggrappa ai cancelli e si spingono con forza avanti e indietro, una, due, tre, quattro volte, finché le catene non saltano in aria come scorze di arachidi. Un istante di silenzio, poi un Woooo corale, sorpreso, trionfale, qualcuno da dentro incita quelli rimasti fuori, questi rompono gli argini e iniziano a inondare la stazione. Vetro che esplode, cancelli che cigolano come ossa spezzate, mani che si aggrappano alle impalcature tentando di strappare il cuore di quel mostro di marmo e acciaio. La polizia risponde come un muro di carne e scudi, manganelli che scendono come pioggia di ferro, lacrimogeni che disegnano nuvole tossiche tra le colonne. Ma l'orda di cavalieri mongoli che attraversa le praterie di marmo fascista della stazione non conosce muraglia. La stazione brulica ormai di formiche che iniziano a rosicchiare tutto.

Mezzogiorno diventa un'ora di fumo e lacrime. Nei tunnel della metro, sulle scale mobili, è guerriglia: il metallo rimbomba, i passi accelerano, i fischi diventano urla. I reparti antisommossa serrano i cancelli, la città sembra respirare col fiato corto della corsa e dei lacrimogeni. L'orda si riversa di nuovo tra le strade della città. Verso le tredici, l'aria di viale Vittor Pisani si riempie di odore bruciato: bidoni della spazzatura capovolti, biciclette scaraventate, barricate improvvisate che sembrano i resti di un naufragio. Stormi di corvi lanciano pietre, bottiglie, rabbia. Le camionette prima avanzano come bestie di ferro, vomitando sirene e fumo, dopo poco vengono fatte indietreggiare da raffiche di vento litico e vitreo. La danza si ripete più volte, sbarramenti di lacrimogeni, rimpalli, contrattacchi con bottiglie e pietre. Una casa è in fiamme.

Era già accaduto in stazione, ma è stato a questo punto che si è alzata un'onda, ed è stato sulla cresta di quest'onda che si sono palesati in tutta la loro bellezza i surfisti apocalittici. Gli eroi son tutti giovani e belli: al di la di facili categorizzazioni o stereotipi più o meno ironici ma in ogni caso coloniali, che stessero acchitati come ninja o si aggirassero incuranti a volto scoperto e col marsupio sul petto a farsi i selfie in quel girone infernale con alle spalle gli sbirri che lanciavano grappoli di lacrimogeni. Solo dopo ore l'onda è riatterrata sul bagnasciuga, facendo richiudere le porte dell'apocalisse e facendo riporre le tavole ai surfisti.

Quando cala il pomeriggio, Milano è costellata dalle gemme che l'orda ha disseminato lungo il suo cammino, incastonate nell'asfalto della città. I negozi riaprono timidi, i passanti ricominciano a camminare come se nulla fosse, ma nell'asfalto restano tatuati i simboli dell'apocalisse. E subito, senza perder tempo, parte anche il teatrino del buonismo a un tot al kilo: il sindaco parla di vandalismo, la premier di pseudo-manifestanti, il Capitano non perde tempo e annuncia una proposta di legge per addebitare i danni a chi organizza le manifestazioni (in una tipica concezione del diritto da oratorio peronista), qualche pezzo di sedicente movimento si affanna a prendere le distanze e a lanciare l'appello affinché la piazza milanese non venga ricordata solo per gli scontri.

Ma siete fuori? E per cosa la dovremmo ricordare? Se non per la gioia e il brivido che in molti hanno provato guardando da lontano l'assedio alla stazione centrale o la danza apocalittica per le strade cittadine! La ricorderemo per la cristallizzazione di qualcosa di diverso rispetto al vuoto ritualismo non-funzionante di quello che resta del movimento novecentesco italiano. Per la boccata d'aria che la piazza milanese ha saputo dare. Una piazza che - in barba agli onanismi concettuali, anch'essi novecenteschi, sulla ricomposizione - ha avuto il merito più grande nel sapere essere decompositiva. Ha, infatti, decomposto in un solo colpo il DDL Sicurezza, la paura di osare che tinge di marrone le mutante dei dirigenti del movimento italiano, certe rigidità settaristiche e militonte, il cadavere purtefatto del Leonka (con annesso funerale di qualche sabato fa), certo cosplaying dello scontro con tanto di regia a quattro mani con i questurini. Insomma, oltre ai multipli orgasmi cognitivi, sensoriali e mitopoietici che la giornata ci ha regalato, questa orda milanese ha tratteggiato uno scenario e una possibilità: lo scenario è l'Apocalisse in cui siamo calati, la possibilità è che dentro questo Apocalisse si possono forgiare le tecniche per surfarlo, acchiappando l'onda per cavalcarla senza lasciarsi travolgere.

Il balletto imbarazzante dei media il giorno dopo è stato, se è possibile, ancora più orrendo di quello del giorno precedente, ma noi crediamo fermamente alle parole di Alberto Radius quando qualche decennio fa cantava E bruciare tutto non è sempre così brutto come leggi il giorno dopo sul giornale (o vedi al telegiornali, o sui social). Balletto superato solo dai ridicoli piagnistei della sinistra che hanno versato fiumi di lacrime, indispettiti perché di una giornata (citiamo) "fatta di piazze così belle ci si concentri solo su quanto accaduto a Milano". Ci sembra anche giusto che ci si concentri sull'indisponibile orda milanese, rispetto a piazze - bellissime per carità - ma ancora troppo invischiate nelle trappole che hanno ridotto a fantasma i movimenti in Italia negli ultimi anni. E il fatto che quella piazza sia difficilmente leggibile e, soprattutto, ancora più difficilmente inquadrabile in schemi e categorie elaborate da teorici all you can think, gratuitamente distribuite sulle bancarelle del mercatino rionale del movimento italiano, è il sommo bene.

Certo, sono state tutte piazze bellissime, nessuno affermerebbe il contrario (Roma, Napoli, Bologna, Genova, Firenze, Palermo, Venezia, Padova e chi più ne ha più ne metta), ma la Madunina - va detto - ha fatto un gran miracolo. Dimenticate, quindi, le spiagge del Salento e della Sardegna: se volete imparare a surfare andate a Milano.

Paulnee Human