7Chakras: quando la psichedelia attiva connessioni e comunità

A forza di riprodurre schemi oramai consolidati, quasi tutti i festival finiscono per assomigliarsi. Cambiano i loghi, cambiano gli sponsor, cambiano le line-up, ma l'esperienza tende progressivamente a uniformarsi: una macchina sempre più efficiente progettata per gestire grandi flussi di persone e trasformare il tempo libero in un prodotto da consumare. Su alcune testate online ci si accorgeva poco tempo fa – in maniera alquanto superficiale – che i grandi festival hanno in qualche modo "perso la magia" per trasformarsi in divertimentifici spillaquattrini: che grande scoperta. Ma generalizzare non aiuta mai, ci sono festival e festival.
Tra questi il 7Chakras, infatti, sembra muoversi in direzione opposta. Non perché sia rimasto piccolo, anzi, negli ultimi anni è diventato uno degli appuntamenti più riconoscibili e riconosciuti della scena psytrance europea, ma perché continua ostinatamente a non raccontarsi come mero evento ma come comunità in connessione. Può sembrare una differenza minima, in realtà è una frattura enorme.
Dietro la comunità che anima il festival c'è Believe Lab, associazione nata da anni di viaggi tra India ed Europa, tra furgoni, dancefloor, festival e comunità nomadi che hanno attraversato la storia della cultura psichedelica ed elettronica contemporanea. La loro idea è sorprendentemente semplice: un festival dovrebbe essere prima di tutto uno spazio dove persone diverse imparano temporaneamente a convivere. Non una folla ma una comunità, non un pubblico ma una popolazione temporanea. Sono concetti che ritornano continuamente nella loro narrazione e che, per una volta, sembrano avere una corrispondenza concreta nella realtà del festival. Il loro manifesto parla esplicitamente di "community, not crowd", di sostenibilità, libertà di espressione, cura reciproca e co-creazione, immaginando il festival come un frammento concreto di una società diversa, costruita almeno per qualche giorno attorno a relazioni più umane e meno competitive e performanti.
È probabilmente questo il motivo per cui il 7Chakras occupa oggi una posizione particolare nella geografia europea della psytrance. Non ha la scala monumentale del Boom, non ha la mitologia consolidata di Ozora e non possiede quella dimensione quasi industriale che caratterizza alcuni grandi eventi del continente. Eppure il suo nome continua a comparire nelle conversazioni di chi frequenta davvero i dancefloor psichedelici in giro per l'Europa. Nei forum, nei gruppi Telegram, e nei campeggi dei festival, il 7Chakras viene spesso descritto come uno degli eventi che meglio hanno conservato una certa autenticità comunitaria e originaria, attirando un pubblico fortemente legato alla cultura psy piuttosto che al semplice turismo musicale.

La casa di tutto questo è una collina nei pressi di Tuscania, nel cuore della Tuscia laziale: una posizione geografica simbolica. Lontana dalle grandi città, abbastanza isolata da permettere al festival di sviluppare un proprio ecosistema temporaneo ma sufficientemente accessibile da richiamare persone provenienti da oltre cinquanta nazionalità diverse. Per sette giorni, dal 14 al 20 luglio, questa collina si trasforma in una comunità psichedelica temporanea fatta di tende, sentieri, installazioni artistiche, mercati indipendenti, workshop, aree dedicate ai bambini, spazi culturali e naturalmente musica quasi ininterrotta.
La musica resta ovviamente il centro gravitazionale dell'intero sistema. Lo stage Psy continua a rappresentare il cuore pulsante del festival e probabilmente una delle lineup più interessanti viste quest'anno in Italia. Oltre cinquanta artisti internazionali attraversano l'intero spettro della trance psichedelica contemporanea, dal progressive alla full-on, dalla forest alle sonorità più oscure e notturne. Nomi come Giuseppe di Parvati Records, Laughing Buddha, Athzira, Render, Megalopsy e molti altri compongono una line-up che sembra meno interessata a inseguire le mode e più orientata a fotografare lo stato attuale della cultura psy globale. Anche la presenza di diversi artisti italiani testimonia una scena nazionale che negli ultimi anni ha acquisito una credibilità sempre maggiore all'interno del circuito europeo.
Ma limitarsi allo stage Psy significherebbe perdere uno degli aspetti più interessanti del festival. Con il passare delle edizioni il 7Chakras ha infatti smesso di essere esclusivamente un gathering psytrance per trasformarsi in un contenitore più ampio della cultura underground europea. L'Obsidian Stage ne è probabilmente l'esempio più evidente. Qui il linguaggio cambia completamente: techno, tekno e sonorità più meccaniche prendono il posto delle strutture classiche della trance psichedelica. È una scelta significativa perché racconta una trasformazione reale che sta attraversando le sottoculture elettroniche europee. Le nuove generazioni si muovono sempre meno per appartenenze rigide e sempre più per affinità culturali. Psyhead che frequentano teknival, ravers tekno che finiscono nei dancefloor forest, comunità differenti che iniziano lentamente a condividere gli stessi spazi. L'Obsidian Stage sembra esistere esattamente per questo motivo: non come alternativa alla psy, ma come interlocutore naturale e tribale.
A completare il paesaggio sonoro arriva il Tribalys stage, probabilmente l'area più imprevedibile dell'intero festival. Qui convivono percussioni, strumenti tradizionali, world music, improvvisazione e linguaggi musicali provenienti da geografie molto distanti tra loro. Più che un palco, sembra una zona di frontiera in cui culture differenti si incontrano senza preoccuparsi troppo delle categorie occidentali che normalmente utilizziamo per descriverle.
Attorno ai dancefloor si sviluppa poi un ecosistema parallelo che racconta forse ancora meglio l'identità del festival. L'Art Village ospita installazioni visionarie e laboratori creativi, il Cultural Nest raccoglie talk, incontri e workshop dedicati alla circolazione delle idee, l'Healing Space offre pratiche corporee, yoga e attività di recupero dopo le lunghe notti di musica, il Kids Playground accoglie famiglie e bambini, il Market Area diventa un piccolo bazar indipendente dove artigiani, creativi e viaggiatori condividono oggetti, produzioni e competenze. Tutto contribuisce a costruire quella sensazione di villaggio temporaneo che rappresenta la vera forza del festival.
La cosa più interessante, però, emerge quando il sole tramonta e i discorsi teorici lasciano spazio alla prassi. Perché, alla fine, un festival si misura sempre su ciò che accade realmente tra le persone. È lì che il 7Chakras riesce a differenziarsi da molte produzioni contemporanee. Camminando nel campeggio si incontrano traveller francesi arrivati con vecchi camion trasformati in abitazioni mobili, famiglie tedesche che tornano ogni anno, artisti italiani, produttori, crew da tutta l'Europa, ragazzi alla prima esperienza e veterani che frequentano dancefloor psy dagli anni Novanta. Per una settimana convivono nello stesso spazio senza che nessuna identità prevalga sulle altre.
Nel manifesto del festival si legge che ogni persona aggiunge qualcosa di insostituibile all'insieme e porta via con sé una parte di ciò che ha trovato. È una frase che normalmente rischierebbe di suonare come retorica. Eppure, dopo alcuni giorni trascorsi tra gli stage, i campeggi e i sentieri di Tuscania, si ha la sensazione che descriva abbastanza bene ciò che continua ad attirare migliaia di persone su quella collina. Non la ricerca di un'esperienza eccezionale, ma la possibilità di verificare se esiste ancora uno spazio in cui arte, musica, natura e convivenza possano produrre qualcosa di diverso dalla semplice somma delle loro parti. Per sette giorni all'anno, il 7Chakras continua a tentare questo esperimento. E il fatto che sempre più persone decidano di prendervi parte suggerisce che la domanda da cui tutto è nato sia ancora aperta.

Abbiamo raggiunto gli organizzatori per uno scambio di battute sul festival
1) Nel vostro manifesto insistete molto sulla differenza tra "crowd" e "community". Sono parole che tutti i festival usano, ma nel vostro caso sembrano avere un peso specifico particolare. Quando vi guardate intorno durante il festival, quali sono i segnali concreti che vi fanno pensare di aver costruito davvero una comunità e non semplicemente un pubblico?
La differenza, per noi, si vede nei comportamenti più che nei numeri. Una folla condivide uno spazio, una comunità se ne prende cura. I segnali concreti sono tanti: persone che tornano ogni anno e si riconoscono, che accolgono spontaneamente chi è alla prima esperienza, volontari e partecipanti che collaborano anche senza che venga chiesto, artisti che restano a vivere il festival anche dopo il proprio set, famiglie, traveller, giovani e veterani della scena che convivono nello stesso spazio con rispetto reciproco. Anche la programmazione riflette questa idea. Non proponiamo solo musica, ma spazi dove le persone possano incontrarsi davvero. Il festival non è pensato per tenere il pubblico occupato, ma per favorire relazioni e partecipazione. Il nostro obiettivo è creare le condizioni affinché, per una settimana, persone molto diverse possano sentirsi parte della stessa comunità. Quando, alla fine del festival, vediamo amicizie che continuano nel tempo, collaborazioni che nascono, persone provenienti da oltre cinquanta paesi che tornano non solo per la musica ma per ritrovare una comunità, allora abbiamo la sensazione di essere sulla strada giusta. È questo, per noi, il significato di "Community, not Crowd".
2) Il 7 Chakras è cresciuto moltissimo negli ultimi anni e oggi richiama persone da decine di paesi diversi. Esiste una dimensione oltre la quale un festival psy rischia di perdere la propria anima? E come si gestisce il paradosso di voler crescere senza diventare una macchina impersonale?
Credo che il problema non sia la dimensione in sé, ma il motivo per cui si cresce e il modo in cui si gestisce quella crescita. Esistono festival enormi che riescono comunque a trasmettere valori e senso di appartenenza, così come esistono eventi molto piccoli che sembrano semplici prodotti commerciali. Non è il numero di persone a definire l'anima di un festival. Per noi crescere non è mai stato un obiettivo fine a sé stesso. È una conseguenza del fatto che sempre più persone si riconoscono nella nostra visione. La vera sfida è fare in modo che, mentre aumentano i partecipanti, non diminuisca la qualità delle relazioni e dell'esperienza. Questo significa investire non solo nella line-up, ma anche negli spazi comuni, nelle attività culturali, nell'accoglienza, nella sostenibilità e in tutto ciò che favorisce l'incontro tra le persone. Cerchiamo di progettare un festival in cui ciascuno possa sentirsi parte attiva della comunità, non semplicemente uno spettatore. Ogni anno ci chiediamo dove sia il giusto equilibrio. Se un giorno ci rendessimo conto che crescere significherebbe rinunciare ai valori che hanno dato origine al 7 Chakras, allora avrebbe più senso fermarsi che continuare a inseguire i numeri. Per noi il successo non si misura solo dalle presenze, ma dalla qualità dell'esperienza che le persone portano a casa.
3) Accanto allo stage Psy convivono realtà molto diverse come l'Obsidian Stage, il Tribalys Stage e il Sound System Dub. Vi interessa raccontare la scena psytrance oppure state cercando di rappresentare qualcosa di più ampio, una sorta di ecosistema culturale underground che va oltre i generi musicali?
Le nostre radici sono e rimarranno nella cultura psytrance. È da lì che nasce il 7 Chakras e continua a essere il cuore del festival. Non abbiamo mai avuto l'intenzione di allontanarci da questa identità. Allo stesso tempo, però, negli anni abbiamo visto cambiare il pubblico e le sottoculture. Oggi molte persone attraversano mondi diversi: frequentano festival psy, teknival, eventi di world music, eventi olistici, spazi artistici e comunità alternative senza vivere questi confini come qualcosa di rigido. Ci è sembrato naturale che anche il festival evolvesse in questa direzione. L'Obsidian, il Tribalys e il Dub non sono stati aggiunti per "fare più generi" o allargare il mercato. Sono nati perché rappresentano linguaggi che dialogano con gli stessi valori: libertà di espressione, ricerca artistica, sperimentazione e senso di comunità. Più che costruire un festival multisfaccettato, ci interessa creare un luogo d'incontro tra persone che condividono un certo modo di vivere la cultura underground, anche se arrivano da percorsi musicali differenti. La musica rimane il filo conduttore, ma non è l'unico elemento che definisce una comunità. In questo senso il 7 Chakras vuole rappresentare un ecosistema culturale più che un semplice genere musicale: uno spazio dove tradizioni diverse possano convivere senza perdere la propria identità, arricchendosi a vicenda. Per noi la contaminazione non è una moda, ma un processo naturale che riflette ciò che sta già accadendo nelle comunità underground europee.
4) Molti osservatori raccontano la psytrance come una sottocultura sopravvissuta a tutte le profezie sulla sua fine. Negli ultimi vent'anni è stata dichiarata morta decine di volte, eppure continua a produrre festival, artisti e comunità. Dal vostro osservatorio privilegiato, cosa continua a tenere insieme questo movimento nel 2026?
Credo che la forza della psytrance sia sempre stata quella di essere molto più di un genere musicale. È una cultura, una rete internazionale di persone, un modo di viaggiare, di incontrarsi e, per molti, anche di vivere. Le sonorità cambiano, le generazioni si rinnovano e le estetiche si evolvono, ma il bisogno di creare spazi in cui sentirsi liberi, connessi con la natura e parte di una comunità rimane. È questo che continua a tenere vivo il movimento. Oggi vediamo arrivare ai festival persone con background molto diversi: c'è chi scopre la psy attraverso la musica elettronica, chi arriva dal mondo dei rave, chi è attratto dall'arte, dalle pratiche olistiche o dalla vita in natura. Quello che le accomuna non è solo una playlist, ma una serie di valori e un'esperienza condivisa. Penso che la longevità della scena dipenda anche dalla sua capacità di evolversi senza dimenticare le proprie radici. La psytrance ha sempre saputo assorbire influenze nuove, sperimentare e dialogare con altre realtà, mantenendo però un'identità molto forte. È probabilmente questo equilibrio tra trasformazione e continuità che le ha permesso di attraversare oltre trent'anni di storia senza perdere rilevanza. Dal nostro punto di vista, il segnale più incoraggiante è vedere che continuano ad arrivare nuove generazioni, non per inseguire una moda, ma perché trovano in questa cultura qualcosa che altrove è sempre più raro: un forte senso di appartenenza, di partecipazione e di connessione umana. Finché ci sarà questo bisogno, crediamo che la scena continuerà a evolversi e a reinventarsi, proprio come ha sempre fatto.
5) Il festival nasce dall'intuizione un'associazione che parla spesso di sostenibilità, co-creazione e relazione con il territorio. In un'epoca in cui il linguaggio dell'ecologia viene utilizzato anche come strumento di marketing, come si traduce concretamente questa visione nelle scelte organizzative quotidiane del 7Chakras?
Per noi la sostenibilità non è uno slogan, ma un processo pratico che si costruisce anno dopo anno, con limiti reali e compromessi inevitabili. Un evento di queste dimensioni avrà sempre un impatto ambientale: l'obiettivo è ridurlo e gestirlo in modo più responsabile possibile. Una parte importante riguarda i materiali. Il 7Chakras è costruito in larga parte con materiali riciclati, circa l'80%. Recuperiamo plastica destinata allo smaltimento da aziende che producono monouso, così come legno e altri scarti presenti sul territorio. All'inizio del processo creativo la location è uno spazio pieno di materiali "residui" che, con l'arrivo di artisti e decoratori, vengono progressivamente trasformati in strutture e installazioni. Ci sono poi aspetti meno visibili ma altrettanto cruciali, come l'acqua. In festival di questo tipo il consumo è molto elevato e viene gestito tramite cisterne che riforniscono l'intera area, parliamo di centinaia di migliaia di litri. Per questo lavoriamo anche sulla sensibilizzazione: ad esempio incentiviamo l'uso di saponi biodegradabili, perché l'acqua delle docce ritorna direttamente nel terreno. È un tema su cui stiamo riflettendo molto anche in ottica futura. Ci piacerebbe sviluppare soluzioni che rendano il festival più indipendente e sostenibile dal punto di vista idrico, ma si tratta di processi complessi, che in Italia si scontrano spesso con vincoli burocratici e autorizzativi non semplici da gestire. Accanto a questo restano centrali la gestione dei rifiuti, la collaborazione con realtà locali e un uso sempre più consapevole dello spazio naturale. Non pretendiamo di essere perfetti: la sostenibilità, per noi, è soprattutto la direzione in cui si lavora, non una dichiarazione di intenti.
6) Se doveste immaginare il 7Chakras tra dieci anni, quale sarebbe il vostro scenario ideale? Un festival più grande, una comunità più radicata, un laboratorio culturale permanente o qualcosa che oggi ancora non riuscite nemmeno a definire?
Più che pensare in termini di "dimensione", ci interessa immaginare un'evoluzione di struttura e di impatto.
Lo scenario ideale non è semplicemente un festival più grande, ma un ecosistema culturale più stabile, in cui il lavoro che avviene durante quei giorni all'anno possa generare continuità anche nel resto del tempo: progetti artistici, scambi tra comunità, formazione, residenze creative e collaborazioni con il territorio.
Il festival rimarrebbe il momento centrale, quello in cui tutto prende forma in modo visibile e collettivo, ma sempre più come risultato di un processo più ampio che non si esaurisce nella settimana dell'evento.
Allo stesso tempo ci interessa mantenere una certa apertura all'imprevisto. Il 7 Chakras è nato anche da un percorso molto organico, fatto di esperienze, viaggi e incontri che non erano pianificati nei dettagli. Per questo non sentiamo il bisogno di definire tutto in anticipo.
Se dovessimo riassumerlo, diremmo che lo scenario ideale è quello in cui il festival riesce a restare vivo e riconoscibile nella sua identità, ma allo stesso tempo continua a evolvere insieme alle persone che lo attraversano, senza diventare una struttura rigida o definitiva.
Articolo e intervista a cura di
Paulnee Human


